Aiace: eroismo o follia?

Aiace: eroismo o follia?

Il dolore di un eroe reso umano dall’ingiustizia umana

 

Chi non conosce Aiace e la sua fine ingloriosa? Un eroe ridotto a fare strage di una mandria di armenti: per comprendere la fine della storia, occorre partire dall’inizio. Aiace, il più valoroso degli Achei a Troia dopo Achille, alla morte del Pelide, reclama le sue armi, che gli vengono sottratte da Odisseo, l’uomo dall’ingegno multiforme. Il Telamonio viene reso folle da Atena e, convinto di uccidere gli Atridi che avevano appoggiato la malefatta del figlio di Laerte, si accanisce senza pietà appunto su una mandria. Resosi conto di quanto successo, Aiace, per non perdere il suo onore ormai compromesso, si getta sulla sua spada, uccidendosi. In una storia tanto tragica, qual era il messaggio che Sofocle voleva dare al pubblico ateniese? Anche in questo caso bisogna fare un passo indietro: durante la sua aristia, ad Aiace viene proposto dalla dea glaucopide un aiuto che l’eroe, sprezzante, rifiuta. Nella tragedia questo episodio non viene mai menzionato, ma l’intento del tragediografo non è riproporre un mito che era patrimonio comune. Egli vuole piuttosto mostrare che il dio è prae-potens, letteralmente “prepotente”, quindi più potente dell’uomo, che non  ha possibilità di sottrarsi al suo volere e al suo giudizio: lo dimostra bene Atena nei versi iniziali della tragedia, quando dice ad Odisseo di guardare bene la follia di Aiace e di ridere, perché lei comanda così e, se solo osasse farle dispiacere, al posto del figlio di Telamone si troverà proprio Odisseo. Allora, l’uomo è un burattino in mano agli dei? Assolutamente no e questa affermazione è anzi quanto di più lontano si possa immaginare dalla concezione greca: gli uomini sono dotati di libertà, che si trasforma in libero arbitrio. Più chiaramente: la morte è un destino ineluttabile per tutta l’umanità, ma si deve decidere come andarle incontro, se da uomini normali o da eroi. La condizione eroica trascende il “normale” e di certo non suscita invidia: agli eroi sono richieste non solo imprese eccezionali, ma anche un modo di vivere che non appartiene al comune, ma osserva un codice che, alla lontana, ricorda quello cavalleresco medievale. Aiace non ha scelta: deve morire e a niente valgono le lacrime della compagna Tecmessa, che piange la sua imminente vedovanza e gli mostra il figlioletto Eurisace, ancora in fasce. La scena non è nuova: richiama subito il dialogo straziante di Ettore e Andromaca, quando la sposa dichiara tutto il suo amore ad uno sposo troppo diviso tra l’amor di patria e i doveri coniugali. Aiace muore e si apre il sipario del dubbio: morte eroica o fine degna di un folle?

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