Amami, Alfredo

Amami, Alfredo

Collaborazioni di eccellenza - Sofia Coppola alla regia e Valentino ai costumi - per mettere in scena una Traviata di gran spessore al teatro dell’Opera di Roma. Critiche per la parte musicale, non già trascurata, ma forse messa in secondo piano.

 

La Traviata di Giuseppe Verdi è largamente considerata l’opera per antonomasia per una molteplicità di motivi: dall’approccio verista che trova immediato riscontro nell’ambientazione, all’epoca pressoché contemporanea alla rappresentazione, all’impianto innovativo voluto dall’autore, il quale volle per i suoi personaggi un’evoluzione dinamica con tratti mutevoli nei vari atti.

Iniziamo con le scenografie, bellissime, ma forse strutturalmente troppo complesse, con cambi scena interminabili e una Traviata che dura più di un Parsifal: perfino il maestro Bignamini non ha retto alla transizione di quadro del secondo atto, allontanandosi - inusitatamente - dalla postazione di direzione. Un prezzo da pagare per una scenografia mai banale che disegna con forza la Parigi ottocentesca, è funzionale alla regia (di Sofia Coppola) e aiuta a creare spazi e guidare i movimenti scenici dei personaggi. Inoltre, staccando completamente gli ambienti l’un l’altro e costruendoli dissimili non già in stile e arredi, ma pure in forma e dimensioni, si contribuisce ad enfatizzare quel distacco cronologico tra un atto e l’altro che è la grande innovazione verdiana per questo melodramma.

Tale distacco temporale apre la strada ad un’evoluzione della caratterizzazione dei personaggi e, indirettamente, alle dialettiche in scena: dapprima l’amore di Alfredo (“Un dì felice, eterea”) si contrappone alle frivolezze di Violetta (“Sempre libera degg’io”). Sipario, e all’inizio del secondo atto tutto è capovolto: Violetta è innamorata e vuole rinnegare il suo recente passato di cortigiana: “Più non esiste. Or amo Alfredo, e Dio lo cancellò col pentimento mio” recita la sventurata mentre il padre del suo amato ne distrugge ogni sentimento con tutta la freddezza della morale borghese (“Ah, dunque sperdasi tal sogno seduttore”). Infine, nel il terzo atto, Verdi ripropone la più antica dialettica: quella di Eros e Thanatos, amore e morte. Appare una Violetta stremata che, alla vista di Alfredo, si sforza di rinascere ma - inarrestabile, scandita dal fortissimo dei tromboni - giunge la vittoria della tisi e la sconfitta dei personaggi tutti.

Due i momenti più riusciti dell’intera opera: il quadro primo del secondo atto, in cui il baritono Roberto Frontali, alias Giorgio Germont, conquista l’attenzione di tutti mettendo in scena una performance straordinaria. Introdotto dal terribile, dissonante tritono (il medievale diabolus in musica), tratteggia il duetto del secondo atto con espressività e precisione. Gli fa eco una Francesca Dotto che conferisce alla sua Violetta una intensa personalità di una Traviata (appunto) tormentata e debole. L’altro è sempre nello stesso atto, questa volta parliamo del finale secondo. Nella tensione generale, cornice musicale di frenetiche e nevrasteniche sestine, Verdi tesse un omaggio a Bellini e alla sua Sonnambula, sfruttando la tecnica inventata dal compositore catanese per enfatizzare la parola scenica (concetto questo tutto verdiano). Il coro e l’orchestra del teatro dell’Opera di Roma iniziano qui una rapida successione di scambi (“invitato qui a seguirmi…”), tra Violetta e l’Alfredo di Antonio Poli, di intensa drammaticità e notevole resa tecnica. Il tutto incorniciato poi dall’arrivo del sempre eccellente Frontali a redarguire Alfredo (“Di sprezzo degno”) fino al sipario.

Una menzione infine ai costumi, disegnati e realizzati dal celeberrimo stilista Valentino e dal suo atelier, che pensa lunghi strascichi per Violetta e abiti dal taglio classico per tutti gli altri. Costumi al centro dell’attenzione fin dai primissimi secondi di sipario: Violetta che scende la scalinata di casa in un momento che sa più di sfilata che di preludio.

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