Ana Mladić, la figlia

Ana Mladić, la figlia

Realtà storica e immaginazione si amalgamano nel romanzo di Clara Usòn, La figlia e ci accompagnano, attraverso gli orrori della guerra in Bosnia, a scandagliare luci e ombre del rapporto tra padre e figlia

È nel primo capitolo del suo romanzo, La hija del Este, che Clara Usòn, autrice catalana, svela la sua fonte di ispirazione. Si tratta di un video postato su YouTube da un programma della televisione bosniaca, “60 minuta”. Il video riguarda un uomo robusto, sulla cinquantina, colto in un sereno momento di festa insieme alla moglie e alla figlia che lo guardano con ammirazione. Una dissolvenza nera separa poi questo momento di ordinaria felicità della famiglia dall'immagine di una lapide: si riconoscono il padre e la madre della spensierata scena precedente, ora vestiti a lutto, mentre la foto sulla lapide è quella della figlia. Quello che si propone la scrittrice è capire cosa sia successo tra i primi fotogrammi e gli ultimi, cercando di dare un colore a quella dissolvenza nera.

La famiglia protagonista del video e del romanzo è la famiglia Mladić': Bosa, Ratko e i figli Ana e Darko.

Ratko Mladić ricoprì il ruolo di comandante in capo dell'esercito della Repubblica Serba di Bosnia e Erzegovina durante la guerra in Bosnia, svoltasi tra il 1992 e il 1995. Soprannominato da alcuni “il boia dei Balcani” e da altri “il macellaio di Bosnia”, si trova attualmente sotto processo all'Aja da parte del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY). L' ICTY è lo stesso tribunale che il 24 marzo scorso ha condannato Radovan Karadzic, presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina tra il 1992 e il 1996, a 40 anni di carcere per genocidio (a Srebrenica), crimini di guerra e crimini contro l'umanità durante l'assedio di Sarajevo. Ratko Mladić si trova oggi a dover rispondere degli stessi capi d'accusa.

Sua figlia Ana, invece, è la migliore studentessa del corso di medicina di Belgrado. Brillante, estroversa, è il più grande orgoglio del padre, che le riserva il soprannome di “Stella” (stesso nome in codice con cui Mladić chiamerà il piano di distruzione di Srebrenica) e che lei ricambia con un affetto e una devozione assoluti. Il suo sogno è diventare il miglior chirurgo della Serbia e lavorare in un ospedale sul fronte per portare cure ai giovani feriti durante il conflitto.

Qualcosa però si rompe durante un viaggio a Mosca: al suo ritorno Ana, triste e taciturna, non si riconosce più, fino alla fatale data del 24 marzo del 1994 in cui si suicidò, scegliendo di spararsi con la vecchia Zastava del padre. Ricevuta in dono negli anni ’60 dal padre per essersi graduato come miglior ufficiale dell’accademia militare di Belgrado, questa pistola univa padre e figlia con il suo significato particolare. Il generale, chiamandola “figlio mio” come se il segno dell'affetto più alto non potesse essere dimostrato se non attraverso una vocazione al maschile, chiedeva spesso ad Ana di aiutarlo nel rituale della pulizia chirurgica di quello strumento. Il legame era infine suggellato dalla promessa del generale di sparare con quella Zastava solo per festeggiare il primo figlio di nome Mladić di Ana: il simbolo della continuità della famiglia che diventa veicolo di rottura e morte.

Una frase perseguiterà Ana fino alla fine, pronunciata da uno dei suoi amici: “Per ogni vita che salverà la dottoressa Ana Mladić, suo padre avrà lasciato dietro di sé migliaia di cadaveri”. È la sapienza classica che funge ancora una volta da archetipo: “delicta maiores immeritus lues”, piangerai senza colpa i delitti dei padri, scriveva Orazio.

La Usòn, amalgamando in modo omogeneo dati storici e finzione, cerca di ricostruire i pensieri di Ana con delicatezza e sensibilità e mostra il padre “mostro” dalla prospettiva intima e familiare vissuta dalla protagonista: garantisce così a Ratko Mladić il miglior avvocato difensore possibile, che proprio nel momento in cui la difesa diventa impossibile, preferisce andarsene piuttosto che condannarlo. È questo infine un racconto della perdita dell’innocenza, passaggio ineliminabile nella vita di ciascun figlio.

Le ultime parole con cui Clara Usòn ci lascia sembrano riguardare sia la tragedia personale di Ana sia la tragedia collettiva dei Balcani e suonano così lapidarie: “I vincitori scrivono la storia. Il popolo tesse la tradizione. Gli scrittori fantasticano. Certa è solo la morte.”

 

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