Dakrua Therma

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Quando Omero ci insegna a non nascondere le nostre debolezze per sconfiggere la paura della nostra mortalità

“Odisseo era altrove; sempre, ogni giorno, egli sedeva su una lingua di spiaggia: e piangeva, il petto senza posa sconvolto da lacrime da gemiti da spasimi. A lungo egli fissava quel mare sfavillante e il pianto gli sgorgava dagli occhi”. Eccolo, Odisseo, l’uomo che inganna e non si lascia ingannare, l’uomo dalle molte astuzie e risorse, l’uomo che sa resistere a molti mali. Eccolo: piange. Dopo quattro libri di attesa, Omero ce lo presenta per la prima volta così, nostalgico, immobile, a straziarsi, sale aggiungendo al sale, a stagliarsi sul mare in tutta la sua umanità. E nonostante questo, però, nessuno riuscirebbe a negare che Odisseo sia un eroe.

Sembra quasi paradossale che nella civiltà della vergogna, nessun eroe si vergogni del proprio pianto. In quel mondo dove prima di tutto riconoscersi ed essere riconosciuti gloriosi è necessario per sapere di esistere, il dolore, che le lacrime gelosamente avvolgono, non viene taciuto nelle pagine omeriche e anzi scorre continuamente e non si vuole arrestare. Già, perché Achille, quando viene a sapere della morte di Patroclo, si dispera e, «in una nube di strazio, nera», con le due mani prende la cenere arsa, se la versa sulla testa, «insudicia il volto bello», si strappa i capelli e corre a versare lacrime tra le braccia della madre. Eppure, egli è quello stesso Achille glorioso, divino, simile ai numi, è il distruttore di rocche, il massacratore, il più tremendo di tutti gli eroi.

Non basta forse allora essere valorosi e compiere azioni degne di lodi per essere un modello di eroismo. Nel mondo omerico, essere eroi, infatti, significa anche essere coscienti della propria fragilità, perché nulla ci appartiene più della mortalità. E quella dei grandi poemi è una morte che non tarda a venire, perché deve rendere immortali le gesta degli achei e dei troiani, dei grandi guerrieri giovani, belli, prestanti, che per consegnarsi all’eternità hanno bisogno di morire belli e giovani e prestanti. Per questo, il guerriero omerico non può non vedere il suo destino tragico. E di fronte a tale consapevolezza non c’è nulla di più profondamente umano che piangere, perché rinnegare le lacrime sarebbe come rinnegare se stessi e gemere non significa altro che affrontare il proprio destino e riconoscere l’universalità del dolore umano.

Ecco che si mostra la grandezza di chiunque si celi dietro Omero, che, proprio nell’oggi che ne ha più bisogno, nell’oggi della finzione e della superficialità, del pregiudizio e dello scandalo, ci insegna quanto sia importante saper esprimere la propria umanità, la nostra più intima psicologia, chiunque noi siamo: politici, insegnanti, economisti o eroi.

C’è allora da chiedersi se anche Serse non sia un eroe, se anche Scipione. Serse, vedendo dall’alto tutto l'Ellesponto ricoperto dalle navi e tutte le spiagge e le pianure piene di uomini, si mise a piangere, nell’epifania della consapevolezza di quanto sia breve la vita umana: perché di tutti quegli uomini tanto numerosi nessuno sarebbe sopravvissuto fino al centesimo anno. Allo stesso modo l’Emiliano, vedendo dall'alto che Cartagine era finita, pianse per i nemici: città, popoli e interi imperi cambiano, proprio come gli uomini; Troia, città un tempo fortunata, soffrì tutto questo e lo soffrirono gli Assiri, e i Medi e i Persiani, i Macedoni. Sarebbe accaduto anche a Roma. Così, Serse, Scipione, nelle lacrime riscoprono se stessi e in sé tutta la propria umanità.

Quando, però, il grande Pericle, oratore impassibile, leader politico, farà esplodere il suo dolore nelle lacrime, gettandosi sul corpo del figlio Paralo, l’ultimo pezzo di cuore che la peste sterminatrice gli ha strappato, nessuno lo dirà eroe, e lo si accuserà, additerà, condannerà. Non c’è più spazio per la possibilità di avere paura di ciò che si è, si ha, di quello che ci si deve aspettare, quella paura che era la consapevolezza più profonda di Odisseo e Achille e Priamo. Non c’è più spazio per stagliarsi, sale aggiungendo al sale, sul mare, in tutta la propria umanità.

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