“Fin'amor”: L'amor cortese attraverso i secoli

“Fin'amor”: L'amor cortese attraverso i secoli

I diversi aspetti e l’evoluzione dell’ideale dell’amor cortese nella poesia medievale partendo dai trovatori fino ad arrivare al Dolce Stil Novo.

 

Nel corso del XII secolo iniziò a diffondersi negli ambienti delle corti europee il concetto di “amor cortese”: l’amore veniva celebrato come espressione della nobiltà d’animo ed esercizio degli ideali della cavalleria. Pur trattandosi di un amore in cui aveva un ruolo centrale la spiritualità, non si può certo dire che fosse puramente platonico: come lascia intendere Andrea Cappellano nel De amore non mancava infatti un aspetto sensuale.  In ogni caso, tale sentimento doveva essere mantenuto segreto: i trobadours, infatti, non menzionavano mai il vero nome dell’amata.  Questa segretezza è il punto centrale dell’”alba”, un genere della poesia provenzale che descrive il congedo dei due amanti che si devono lasciare prima del sorgere del sole, per evitare di essere scoperti dal marito di lei o dalle malelingue invidiose. A tal proposito si può citare l’alba “Reis glorios” di Giraut de Bornelh, in cui una dama, preoccupata dal sopraggiungere del giorno, rivolge a Dio una preghiera affinché accompagni il suo amato, temendo che possa incontrare un rivale geloso.

I trobadours però cantano l’amore anche quando non è appagato: Bernart de Ventadorn, ad esempio, descrive nella canso “Quan vei la lauzeta mover” la sua afflizione per il desiderio amoroso insoddisfatto partendo dall’immagine gioiosa di un’allodola che spicca il volo, suscitante nel trobador una profonda invidia, poiché da quando una dama ha rapito il suo cuore egli non può più essere felice. In questa poesia si intersecano diversi piani interpretativi: il volo dell’allodola può essere letto anche come metafora spirituale dello slancio mistico dell’anima verso la divinità.

Del resto nel trobar non è raro incontrare composizioni che racchiudono un significato spirituale ulteriore, come testimonia la produzione di Jaufré Rudel: in particolare, nella poesia “Lanquan li jorn son lonc en may” viene fatto riferimento ad “un’amor de lonh”. La leggenda, ripresa poi dal Carducci, vuole che si tratti di Melisenda, contessa di Tripoli, della quale il trobador si sarebbe innamorato al solo sentirne narrare le virtù: si sarebbe poi fatto crociato per poterla incontrare a Tripoli dove, ammalatosi gravemente, sarebbe morto tra le sue braccia, dopo averla vista per la prima e unica volta.

L’ amor de lonh rappresenta inoltre il sentimento della lontananza da Dio: la donna diventa dunque simbolo dell’elevazione spirituale anticipando così la donna angelicata del Dolce Stil Novo. L’idea che tramite la donna l’amore possa raffinare lo spirito verrà infatti ripresa dagli stilnovisti, eredi del trobar leu, come testimonia la celebre poesia di Guinizelli “Al cor gentil rempaira sempre amore”: il poeta, nella strofa finale, volendo spiegare questa sovrapposizione dell’amore profano a quello verso Dio, immagina di doversi giustificare davanti all’Eterno con queste parole: “Tenne d’angel sembianza che fosse del Tuo regno; non me fu fallo, s’in lei posi amanza”.

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