Grecia classica e Vicino Oriente: civiltà a confronto

Grecia classica e Vicino Oriente: civiltà a confronto

La cultura cittadina: dalle fertili valli della Mesopotamia all’Atene dei grandi templi

 

La cultura occidentale, come tutte del resto, ha il vizio di porsi al centro del mondo: per quanto ci riguarda, vediamo nella Grecia classica il paradigma della perfezione, l’origine dalla quale si è generata tutta la nostra civiltà, prima di confluire nella potenza mondiale che era l’impero romano. Sarebbe opportuno invece osservare la storia con occhio critico: si noterebbe che, nella Mesopotamia di fine IV millennio, uomini decisi a non farsi sopraffare dalla potenza della natura decisero di mettersi insieme, darsi una gerarchia e specializzarsi nel lavoro. La conformazione del terreno non aiutava però: giganti d’acqua come il Tigri e l’Eufrate vennero aggiogati con delle dighe dalla tecnologia sconosciuta, una terra paludosa e salata si trasformò in un qualcosa che permise addirittura la nascita della scrittura. Da qui la città, quella piccola cellula che è alla base della nostra società. Un agglomerato di abitazioni, palazzo e tempio dominavano la campagna circostante: se si pensa alla struttura della polis greca non si può non ricordare l’astu, l’acropoli per il periodo classico, ricolma di edifici nei quali il popolo sovrano esercitava il suo potere, e la chòra tutto intorno, l’adorata Attica, lasciata dai cittadini soltanto in occasione di un conflitto sanguinoso e violento, la fratricida guerra del Peloponneso.

Passando dalla topografia alla politica, si nota un procedimento particolare, comune però ad entrambi i sistemi nel momento del cambio tra un re e un altro, per quanto riguarda il Vicino Oriente, e da un governo all’altro in Grecia: la seisachteia, la remissione dei debiti. Diventare schiavi per essere debitori insolventi era estremamente facile nel mondo antico, considerando che l’economia dipendeva in larga misura dalle condizioni atmosferiche che rendevano praticabili le strade per i commerci e fornivano la campagna di una irrigazione naturale: proprio per evitare che i cittadini divenissero sudditi, o meglio, completamente schiavi, il governo centrale impediva che un’ampia fascia di popolazione perdesse tutti i diritti insieme alla libertà. Filantropia? No, probabilmente solo un tentativo di mantenere un potere che in troppe occasioni si dimostrava vacillante. C’è però una differenza sostanziale: il codice legislativo mesopotamico non aveva un carattere normativo, tanto che il re babilonese Hammurabi consigliava di recarsi sotto la sua stele e di leggere tutti i commi elencati, per trovare il proprio problema e quindi anche la soluzione. Non abbiamo un diritto organico greco da mettere a confronto, poiché i diritti erano tanti quante le città, ma siamo certi da documenti e da fonti che avevano carattere assolutamente esecutivo: il non rispetto delle leggi poteva portare a conclusioni assai sgradevoli, la più grave di tutti l’esilio, terribile per chi non si definiva con un aggettivo di nazionalità, ma con la dicitura “polìtes tes tines poleos”, cittadino di una certa città.

 

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