Il costo di non viver come bruti

Il costo di non viver come bruti

Enea, l’eroe del dubbio che insegna a interrogare e interrogarsi

 

Il mare appartiene a tutti coloro che tacciono e si fermano ad ascoltarlo, il mare, in silenzio, racconta, piange e ride con noi, mostra alla nostra mente quel che più intimamente desideriamo. Quando Odisseo guardava il mare vedeva Itaca e, tra la spuma delle onde, Penelope e Telemaco e tutto il tempo perduto. Quando però, con quello stesso sguardo sognante, arso dalle stesse lacrime, era Enea a guardare il mare, davanti ai suoi occhi si spalancava, imponente, il Nulla.

Enea combatte, è abile, vince. Ma non è Achille, non Ettore: Enea non ha certezze. E forse è proprio questo ad avvicinarlo a noi. Enea è un uomo in balia del destino, del Fato che governa tutto il mondo virgiliano, e continuamente si interroga su ciò che compie, se sia giusto o sbagliato, se valga la pena continuare. Allontanatosi da Troia, senza più una patria, egli viaggia, come spesso capita a noi, senza sapere dove sta andando, guidato da oracoli, parole e profezie e con un’enorme responsabilità sulle spalle, come sulle spalle portò il padre Anchise lontano da Ilio in fiamme. Sebbene porti avanti la sua missione senza cedere, egli è connotato da qualcosa che lo accomuna a tutti noi: il dubbio.

Fino a che punto, allora, è corretto chiamarlo eroe? Come può un eroe permettersi di tormentarsi, di non avere un atteggiamento fermo e risoluto verso la realtà? In Enea c’è quella perplessità nei confronti di ciò che lo circonda, del mondo, del destino, che non è poi così diversa dalla nostra. Ma forse è proprio in questo continuo interrogarsi che si rivela il suo atteggiamento virile, la sua forza titanica di fronte alla sterilità di una mera e passiva accettazione del proprio destino. Per questo motivo per certi aspetti Enea è un Amleto del proprio tempo e proprio per questo egli non è tanto dissimile dall’Oreste eschileo, che si chiede fino all’ultimo se sia giusto uccidere la propria madre. Entrambi vittime della volontà divina, non possono sottrarsi a ciò che li attende, ma non possono nemmeno non mettere in discussione gli arcani disegni di chi tesse le loro trame.

Così, pur fragile, distrutto, dubbioso, Enea è però uomo e il suo non sapere diventa una virtù, perché lo porta alla ricerca: solo in questa quête può trovare se stesso.  La poesia virgiliana, allora, non racconta solo di battaglie e trionfi, ma è anche una poesia del dolore, che Enea esprime continuamente, una poesia in cui ad ogni verso non possiamo mancare di immedesimarci nel personaggio, e sentirlo e sentire quel che egli prova. E accanto a questa profonda empatia vive una più diretta simpatia, un soffrire insieme che le numerose apostrofi del poeta testimoniano.

Enea è un eroe perplesso, che si interroga sul bene e sul male, sul fatto che lui stesso infligga del male. Ma allora, la designazione di eroe vale solo se accettiamo l’ossimoro della forma narrativa che Virgilio impone, che implica che il personaggio e l’autore stesso si interroghino continuamente. Enea cerca di dare un senso alla Storia che, però, è sovraindividuale: i dubbi restano e un margine di perplessità non scompare. È vero che l’Eneide, come ha detto Marino Barchiesi, è il poema del mutamento, della trasformazione, che si dipana in un cammino voluto dagli dei, perché Roma diventasse ILLA ROMA. Ma l’Eneide è anche il poema del dolore del mutamento, che implica una sofferenza di cui non si può tacere, perché il narratore, l’autore, Enea, il lettore non possono dimenticare Clizio o Didone o Mago o Turno, non possono dimenticare il costo etico e umano che è servito per realizzare questa tanto grande e rovinosa missione, che il mare, ancora oggi, racconta.

 

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