Il mito di Don Giovanni

Il mito di Don Giovanni

La figura di Don Giovanni, il libertino divenuto leggenda, letta attraverso il libretto di L. Da Ponte e la musica di W.A. Mozart

 

Don Giovanni, personaggio creato dal drammaturgo spagnolo Tirso de Molina, ma la cui fama è dovuta in gran parte all’opera di Wolfgang Amadeus Mozart composta su libretto di Lorenzo Da Ponte, è il seduttore per antonomasia, il donnaiolo per eccellenza: la sua grande fortuna nella letteratura e nell’arte europea in generale si deve al suo doppio ruolo di personaggio comico e al contempo tragico. Questo duplice aspetto di Don Giovanni è già racchiuso nel solo titolo dell’opera del compositore austriaco: “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni”; questo infatti lascia da subito intendere la punizione che spetta al protagonista alla fine della rappresentazione, che, almeno all’inizio, sembrerebbe invece svolgersi in un clima scherzoso, fatta eccezione per l’omicidio del Commendatore, da cui comincia a disvelarsi il lato oscuro del personaggio.

 Si tratta del resto di un “dramma giocoso in due atti”, in cui si mescolano elementi dell’opera seria e dell’opera buffa: emblematica è a tal proposito la scena in cui la statua del Commendatore prende vita, caratterizzata dalla compresenza della comicità del baritono Leporello, fedele servo del “burlador de Sevilla” e suo compagno di avventure amorose (che puntualmente si trasformano per  lui in disavventure, come lamenta nell’aria iniziale “Notte e giorno faticar”), e della severità dello spirito del Commendatore, che con la sua voce grave, cupa, preannuncia il finale tragico dell’opera: «Di rider finirai pria dell’aurora».

 Questi infatti, accettato l’invito a cena di Don Giovanni, lo esorta a pentirsi della sua condotta: «Pentiti, cangia vita: è l’ultimo momento! » (terzetto “Don Giovanni a cenar teco”); il libertino però non ha alcuna intenzione di redimersi e viene perciò trascinato dai demoni tra le fauci dell’Inferno. Solo a questo punto il protagonista ci appare in tutta la sua tragicità poiché, da personaggio frivolo quale ci era stato presentato all’inizio, nella sua tremenda fine si trasforma quasi in un titano: egli non cede alla tentazione del pentimento e quindi del conseguente perdono, ma resta fedele alla sua idea ed è disposto a pagarne il prezzo: proprio in questo sta la grandezza del personaggio.

Per lui il libertinaggio è una raison d’être, non un semplice capriccio. Ha accettato la dannazione eterna pur di rimanere coerente a se stesso, pur di non rinunciare alla sua scelta di vita: invitando la statua del Commendatore a cena ha deciso di lanciare un’ultima sfida al suo destino, che ha provato a rimandare fino all’ultimo, ma a cui si rende conto di non poter sfuggire per sempre. Alla fine dell’ultima scena tutti gli altri personaggi confermano in coro questa necessità, questo fato: «Questo è il fin di chi fa mal: e de’ perfidi la morte alla vita è sempre ugual! ».

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