L'arte oggi: tra realismo acritico e apertura del possibile

L'arte oggi: tra realismo acritico e apertura del possibile

Invito al potenziale insito nella forma artistica

Nella Modernità l'opera d'arte ha perduto (ma non irrimediabilmente) la sua tradizionale Bellezza, la sua Eternità, il suo Senso e, quindi, l'Assoluto di cui era portatrice; ma, al contempo, la grande arte ha saputo fare di questa perdita il suo punto di forza nella misura in cui ha fatto sentire (e continua tuttora a farci sentire) il bisogno di un senso, di una bellezza, di una qualche eternità (attributi che son venuti meno della loro assolutezza, della loro lettera maiuscola, dell'articolo determinativo e che, ormai, non possono che essere declinati al plurale o, perlomeno, preceduti da un generico “un”) proprio nel suo farsi carico della deficienza di tale Senso. Un senso che era difficile da ritrovare nel “secolo breve”. E, in fondo, anche oggi.

Il XXI secolo si apre con le macerie e le polveri della caduta delle due torri l'11 settembre, ed è in questa immagine polverosa di distruzione che si mostra, sin da subito, figlio del secolo che lo ha preceduto. Quel Novecento che, dischiudendo una nuova, smisurata dimensione dell'orrore, ha visto il dileguarsi della suddetta Bellezza, bellezza che poteva darsi nei vari secoli precedenti (dalle statue della grecità, paradigmi della winckelmaniana “nobile semplicità e quieta grandezza”, ai trittici di Giotto, ai Raffaello e Michelangelo e così via) nonostante le continue guerre che pur ci sono state.

Ma di fronte al Secolo percorso da conflitti divenuti mondiali, in cui è stata negata la stessa dignità della morte - e non solo della vita - in cui da sempre si riconoscevano le civiltà, l'arte si è trovata ad un punto di non ritorno (o, almeno, così sembrava): basti pensare, a tal proposito, al celebre silenzio imposto da Adorno, il quale, dopo essere tornato dall'esilio americano, avvertiva che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”. Allora, la grande arte si è fatta carico di tutto l'orrore, è entrata nelle crepe e negli abissi del mondo, per dirla con il giovane Lukacs, e nella sua costitutiva bruttezza ci ha sussurrato il bisogno di bellezza, nel suo non-senso la speranza che un senso ci possa ancora essere (si pensi, ad esempio, a Samuel Beckett), nella sua scomposizione (o, addirittura, decomposizione) la nostalgia della composizione. Una speranza che ad oggi non può dirsi realizzata. Se l'arte, e quindi la bellezza, è promessa di felicità, come ci ha insegnato lo scrittore francese Stendhal, allora possiamo ancora dire con l'Adorno della Teoria estetica che è una promessa non mantenuta. Ciò nonostante, l'arte deve continuare a farci sperare, mantenendo la sua dimensione utopica, in un futuro altro.

Nella cosiddetta Post-modernità, ovvero l'attuale epoca del neo-capitalismo in cui tutto sembra essere ridotto drammaticamente a merce il cui unico valore è di tipo commerciale, in cui il solo criterio ritenuto valido pare essere quello dell'utile, l'arte, nella sua apparente inutilità, è chiamata ad assolvere il difficile compito di dischiudere una logica diversa (in questo consta, peraltro, la sua paradossale inattualità-attualità). In altri termini, all'esperienza estetica è data la possibilità di rivelare un'apertura all'alterità, che altrimenti sembrerebbe essere irrimediabilmente preclusa da ogni nostro orizzonte.

Ciò significa che l'artista oggi si trova di fronte ad un bivio: da una parte quel certo realismo che celebra l'esistente quasi fosse bello o, persino, l'unico e forse anche il migliore dei mondi possibili; dall'altra parte si pone invece quell'arte che denuncia le contraddizioni dell'esistente e si apre sulle possibilità di un futuro altro rispetto al meramente presente. Da una parte l'arte che recita: “così è”; dall'altra quella che ci suggerisce la necessità di pensare alle possibilità non realizzate, ovvero all'alterità e alla diversità. La prima parla al singolare; la seconda al plurale. La forza di quest'ultima consiste infatti nel riconoscere il singolare del presente come una delle molteplici alternative che si potevano dare. La prima strada porta a quelle forme artistiche vuoi di un certo realismo acritico che non fa che santificare il dato esistente consacrando il fatto compiuto vuoi della cosiddetta religione dell'arte (l'arte per l'arte che si chiude solipsisticamente in sé); la seconda mantiene quel legame troppo spesso sciolto tra estetica ad etica e conferisce all'artista in senso lato il dovere di criticare e di non ripetere tautologicamente ciò che - sic et simpliciter - è. Questo secondo modo di fare arte dà luogo ad un'arte che si configura adornianamente come fatto sociale; un'arte che è, per dirla insieme a quel poeta e critico d'arte sovversivo che è stato Carl Einstein, forza attiva, trasformatrice e creatrice, capace dunque di modificare la totalità del nostro vedere: tanto il mondo quanto noi stessi.

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