L’opera di Alphonse Mucha: tra art nouveau e utopia

L’opera di Alphonse Mucha: tra art nouveau e utopia

Al complesso del Vittoriano la retrospettiva su uno dei maggiori esponenti del Liberty inaugura una nuova stagione espositiva

 

Ancora una volta, anche se a distanza di tempo, le eleganti litografie a colori e le sensuali figure di donne del maestro campeggiano sui manifesti pubblicitari della mostra che dal 15 aprile è ospitata nell’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano. Protagoniste dell’intero percorso creativo, curato da Tomoko Sato, oltre 200 opere tra dipinti, manifesti, disegni, opere decorative, gioielli e arredi in grado di delineare i tratti più significativi ed inediti dello scultore, pittore e filosofo Alphonse Mucha.

Presentata per la prima volta a Roma, città che visitò con la moglie Maruska Chytilova negli anni ’20, tale produzione mette in evidenza la versatilità dell’artista ceco, la sua capacità di adattare l’arte a qualsiasi esperienza comunicativa: insomma una creatività sapiente, mirata e in linea con i tempi. Arte così concepita come universale, non fine a stessa, capace di ispirare e dialogare con il pubblico trattando temi importanti che portassero al progresso della società e, più in generale, dell’umanità. “Che cosa significa art nouveau? ...L’arte non può mai essere nuova”. Secondo Jiri Mucha, figlio e biografo dell’artista, era in questi termini che il padre rispondeva a tale domanda, intendendo esprimere l’estraneità dell’arte alle mode passeggere e difendendo la sua eterna natura. Questo aspetto spesso non coincide con l’immagine che si è costruita nel tempo attorno alla figura di Mucha, ricordato per essere uno dei maggiori esponenti del movimento Liberty e perfettamente inserito nella Parigi della Belle Epoque, delle esposizioni universali, del teatro la cui stella era Sarah Bernhardt e dei salotti in cui si consumava assenzio e si ascoltava la Carmen di Bizet.

L’excursus della mostra è stata organizzato seguendo quattro principali filoni: gli inizi nei quali si riscopre un Mucha accademico, capace di prendere ispirazione dalle diverse correnti artistiche contemporanee e passate; la seconda parte, dedicata invece all’arte pubblicitaria che rivelò l’artista al panorama internazionale attraverso opere grafiche di interessante impostazione; l’approdo ad un’arte mistica, internazionale e confrontata con la fotografia e, a concludere in bellezza, il grande sogno del maestro, l’Epopea slava. “L’obiettivo del mio lavoro non è mai stato distruggere, ma costruire, collegare. Dobbiamo sperare che l’umanità si stringa a sé, perché sarà tutto più semplice quando saremo in grado di capirci”, sosteneva Mucha. Il lavoro era diventato per il pittore uno strumento per la diffusione di idee filosofiche, in particolare quelle utili a preservare la pace per le generazioni future e la fratellanza universale tra gli uomini. Dai grandi manifesti pubblicitari, alle scatole per i biscotti, ai preziosi gioielli, ai ritratti fino ai grandi cicli narrativi ciò che emerge è il lato umano dell’artista impegnato a trovare una sua cifra identificativa in uno scenario storico caratterizzato da guerre, dittature e rivoluzioni. A chiudere la mostra è l’ultimo progetto di Mucha: il trittico L’età della ragione, L’età della giovinezza, L’età dell’amore, concepito come un monumento all’umanità intera oltre che espressione naturale del suo accentuato spiritualismo. Iniziato nel 1936 il progetto non fu portato a compimento, ma gli studi sono ancora oggi in grado di trasmettere un messaggio profondo contro la violenza, la morte e la distruzione che l’occupazione da parte della Germania della Cecoslovacchia e la Seconda Guerra Mondiale hanno comportato.

Ripercorrendo con lo sguardo le opere esposte si ha, dunque, una visione completa dell’Europa a cavallo tra ‘800 e ‘900, periodo nel quale emerge un problema importante sotto il profilo artistico : lo stile. Di difficile coniugazione erano una società proiettata al progresso e all’avvento della macchina e la preservazione dell’artigianato, di un prodotto di qualità, insomma del pezzo unico curato in ogni dettaglio. Mucha trovò una formula di rappresentazione che cogliesse originalmente le richieste, ma che allo stesso tempo non si limitasse al decennio, al ventennio visto che solo così un’opera può comunicare qualcosa. Tutte le arti, se vere, hanno il compito di lasciare un segno per chi è stato e per chi verrà, hanno il compito di identificare la mano che le ha create e perpetuarne il ricordo nel bene o nel male. In conclusione l’inconfondibile “stile Mucha” è ciò che Foscolo avrebbe definito “armonia”, poiché solo essa è in grado di vincere di mille secoli il silenzio.

 

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