L'uomo greco, tra dovere e sofferenza

L'uomo greco, tra dovere e sofferenza

“Tì dràso?”. “Che fare?”. È questa la prima domanda che un eroe tragico si pone. L’Eretteo non fa eccezione.

La vicenda affonda le sue radici nel mito, in una contesa divina per quella che sarà la futura Atene gloriosa: il signore del mare, Poseidone, e la saggia Atena si affrontano per dare il nome alla città nascitura, il primo facendo sgorgare dall’acropoli acqua salmastra, la seconda offrendo in dono l’olivo. La contesa è vinta dalla glaucopide dea. Alcune generazioni dopo Eumolpo, re dei Traci e figlio di Poseidone, rivendica l’Attica a nome del padre: i sovrani che la devono difendere sono Eretteo e sua moglie Prassitea. I due si rivolgono all’oracolo che, secondo un’assodata tradizione tragica, riferisce un responso tremendo: la salvezza della città in cambio della vita della loro figlia. Prevale la ragione di Stato, ma anche il re cadrà in battaglia, lasciando in una cieca disperazione la regina, vedova e madre di figlie morte per un patto di solidarietà tra sorelle.

La tragedia era a noi nota attraverso l’oratore ateniese Licurgo, che, nell’orazione contro Leocrate, propone un’interpretazione patriottica, riprendendo il principio di come sia bello morire per la patria. Siamo proprio sicuri che sia questo il messaggio euripideo? È il quesito che si è posto Maurizio Sonnino, docente di Lingua e Letteratura Greca all’Università “Sapienza” di Roma nel suo volume Euripidis Erechthei quae extant (Firenze 2010). Negli anni ’60 è stato possibile svolgere e leggere alcuni frammenti di papiro precedentemente ritrovati nell’involucro di una mummia in Egitto, che riportavano frammenti non noti da fonti indirette: la forma estremamente mutila ne ha reso molto difficile la lettura e l’interpretazione. Sonnino, mettendo a confronto alcune sezioni semicancellate del papiro con una citazione indiretta preservata da altra fonte, ha notato che si trattava del medesimo testo, il che gli ha consentito di riguadagnare il testo e il senso di uno dei corali finali dell’Eretteo. In un successivo corale, pure contenuto sul papiro, il riesame del supporto materiale gli ha consentito una ricostruzione più avanzata di quella fornita dai precedenti editori.

Ciò che il secondo testo ci restituisce, infatti,  è il lamento finale di Prassitea, che, oltre alla morte del marito, piange la sua solitudine e il suo rimorso per il sacrificio della figlia: è la determinata sovrana la protagonista dell’intera vicenda, non il suo consorte che dà il nome al dramma. In termini che possono sembrare riduttivi, si potrebbe affermare che sia proprio lei la protagonista dei fatti e, come tale, su di lei ricade tutta la sofferenza delle sciagure. Con questa nuova interpretazione si mette in discussione la posizione di quanti, nell’Ottocento, avevano tacitamente accettato il punto di vista dell’oratore Licurgo, che interpretava a l’Eretteo come dramma patriottico: Sonnino, con il raffinatissimo principio filologico “per integrare occorre prima  intuire”, illustra chiaramente che il tragediografo si è concentrato sugli aspetti psicologici di Prassitea, vedova addolorata e madre dal cuore straziato.

Un uomo, quindi, cosa deve fare? Soggiacere alla ragion di Stato e sacrificare gli affetti più cari oppure immergersi nel privato e dimenticare il pubblico? Questi quesiti sono il centro propulsore degli avvenimenti tragici, coerentemente con il pensiero greco, segnato da un profondo pessimismo, che veniva così enunciato da Sileno: “è meglio non nascere e, una volta nati, morire il prima possibile”. Chiara, semplice, irresistibile magia.

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