Le elezioni del 1948 e la sconfitta delle sinistre

Le elezioni del 1948 e la sconfitta delle sinistre

Il 18 aprile di sessantotto anni fa gli italiani si recavano alle urne per eleggere il primo Parlamento della Repubblica.

 

L’Italia, con il referendum del 2 giugno, è diventata una Repubblica da meno di due anni. Al Palazzo del Quirinale non c’è più il Re, ma il capo dello Stato; in Parlamento siedono i Costituenti eletti dal popolo e chiamati a scrivere la Carta Costituzionale. È in questo contesto di profondi mutamenti che gli italiani, per la prima volta, partecipano alle elezioni politiche di uno Stato democratico: è il 18 aprile 1948.

Il varo della Costituzione repubblicana, promulgata il 27 dicembre 1947, era stata l'ultima manifestazione significativa della collaborazione fra le forze antifasciste. Caratteristica della campagna elettorale fu, infatti, la polarizzazione fra due schieramenti contrapposti: quello di opposizione, egemonizzato dal Pci, e quello governativo, guidato dalla Dc e comprendente anche i partiti laici minori. Un contributo alla radicalizzazione dello scontro lo diede il Partito socialista, decidendo, nel dicembre '47, di presentare liste comuni col Pci sotto l'insegna del Fronte popolare. Eppure, l’asprezza della campagna elettorale tra i due schieramenti in campo non offuscò ciò che era chiaro a tutti: gli italiani dovevano andare in massa alle urne. Si recarono così a votare quasi 27 milioni di persone, il 92,23% degli aventi diritto; lo fecero non solo per la chiamata dei partiti, ma perché tutti i cittadini sentirono l’importanza di poter decidere.

Le figure chiave di quelle storiche elezioni furono la Chiesa, i Comitati Civici a sostegno del partito cattolico, gli slogans della campagna elettorale (“Nell’urna Dio ti vede, Stalin no!”), i comizi e i tanti testimonials come Eduardo de Filippo o Aroldo Tieri, arruolati nei cinegiornali per invitare gli italiani al voto e spiegare loro i vantaggi della democrazia. La propaganda delle sinistre fece appello ai lavoratori e ai ceti disagiati e mise in primo piano i toni democratico-populisti, rispetto a quelli classisti e rivoluzionari. Giocarono invece a favore della Dc le prospettive di sviluppo e di benessere, il desiderio di ordine e tranquillità ed il timore di mutamenti radicali. Le elezioni si risolsero in un travolgente successo del partito cattolico, che ottenne il 48,5% dei voti. Bruciante fu la sconfitta dei due partiti operai, che ottennero il 31% (contro il 40% del '46) perdendo circa un milione di voti.

Con le elezioni del 18 aprile si chiudeva dunque la fase più agitata ed incerta del secondo dopoguerra e si determinava una svolta cruciale nella storia politica italiana. Mentre cadevano le speranze dei partiti di sinistra di guidare la trasformazione della società, si rafforzava l'egemonia del partito cattolico, già delineatasi con l'avvento al governo di De Gasperi ed ora sancita – in modo inequivocabile – dal responso delle urne.

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