Le Vie dei Canti

Le Vie dei Canti

Il tema del viaggio dagli aborigeni australiani alla società moderna

 

"Why do men wander rather than stand still? Perché gli uomini se ne vanno da un posto all’altro invece di stare fermi?” Una domanda alla quale Bruce Chatwin ha provato a rispondere più volte nella sua produzione letteraria. Il romanzo Le Vie dei Canti (The Songlines) è un originale e brillante tentativo di dare una soluzione a tale quesito a partire dalle ricerche sulle antichissime tradizioni degli aborigeni australiani e del meraviglioso rapporto che hanno con la loro terra.

Il romanzo è come un diario del viaggio dell’autore in Australia, dove, tra i vari usi e costumi dei popoli indigeni, viene a conoscenza del cosiddetto walkabout, il viaggio rituale che gli aborigeni compiono seguendo le orme dei propri Antenati, creature ancestrali che corrispondono al totem di una famiglia. Le leggende australiane narrano infatti di un’era mitica, il Tempo del Sogno (dreamtime), nella quale gli Antenati nel loro vagare avrebbero dato forma al mondo cantando e avrebbero lasciato lungo il cammino, come tracce del loro passaggio, gli elementi del paesaggio naturale che avevano creato semplicemente nominandoli nel loro canto, una sorta di lògos originario. Le Vie dei Canti sono quindi le linee invisibili tracciate dagli Antenati nei loro viaggi: un aborigeno in walkabout può percorrerle seguendo il canto che gli è stato tramandato, che lo guida nel suo cammino e gli permette, in un certo senso, di creare di nuovo le cose che incontra sui suoi passi: la potenza creatrice di tali canti qualifica l’atto del cantare degli Antenati come una vera e propria pòiesis, nel senso più profondo del termine.

Chatwin prosegue poi analizzando il significato del viaggio nelle altre culture, dedicando particolare attenzione a popoli nomadi come i Qashqai e i Nemadi: il nomadismo viene reinterpretato come una condizione originaria ed autentica del genere umano, mentre le mollezze tipiche della vita sedentaria nelle città tendono a corrompere fisicamente e moralmente. A tal proposito viene fatto più volte riferimento alla Bibbia, alla figura di Abramo e al cammino del popolo d’Israele nel deserto, rivisto nella sua funzione catartica. E prima ancora c’è il destino di Caino, costretto ad errare “ramingo e fuggiasco” come punizione per il fratricidio.

L’autore arricchisce le sue riflessioni riportando dai suoi taccuini appunti, esperienze personali e citazioni di scrittori, poeti, filosofi: da Rimbaud a Hölderlin, da Kierkegaard a Ibn Khaldu’n. Il desiderio di viaggiare è la risposta all’irrequietezza (restlessness) che turba il cuore umano: riconoscendosi nella sua dimensione transeunte l’uomo si riscopre pellegrino su questa terra, comprende di essere solamente di passaggio. L’uomo è homo viator. La sua stessa vita è un viaggio, come ribadisce Chatwin citando il proverbio indiano: «La vita è un ponte. Attraversalo, ma non costruirvi alcuna casa.»

 

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