Marina Abramovic: “The Artist is Present”

Marina Abramovic: “The Artist is Present”

La fallibilità dell'arte, la vulnerabilità dall'artista

Il 18 e il 29 settembre, nella “Casa Internazionale delle Donne” di Roma, si sono tenuti due eventi dedicati a Marina Abramovic, un'artista per così dire sovversiva, la cui esperienza artistica può essere annoverata tra le più significative del nostro tempo, collocandosi al limite stesso dell'artisticità in virtù della sua fallibilità. Il suo lavoro ha suscitato opinioni assolutamente contrastanti: secondo alcuni sconfina la sopracitata categoria dell'artisticità, secondo altri è interna a questa. Ciò che sembra indubitabile è che l'artista di Belgrado abbia dato vita a un'esperienza artistica con una formidabile peculiarità, ovvero può fallire. E nella sua fallibilità si rivela più affine alla musica che al classico dipinto perché, proprio come l'esecuzione musicale, l'opera d'arte è ora offerta e recepita dal pubblico simultaneamente, senza scarto temporale: le due fasi (la creazione dell'opera d'arte e la sua fruizione da parte degli spettatori, il suonare del musicista e l'ascolto del pubblico) coesistono nel medesimo tempo; i due attori (chi l'opera d'arte la fa e chi la guarda, chi la musica la suona e chi l'ascolta) operano insieme.

Due corpi nudi, uno maschile e uno femminile, posti l'uno di fronte all'altro, distanziati in modo tale da lasciare una specie di stretto passaggio attraversato dagli spettatori; un corpo (nudo anche questo) di un uomo nel pieno della vita, sdraiato e sormontato da uno scheletro dalla presenza quasi opprimente. Sono solo due delle suggestive immagini del documentario che è stato proiettato. “The Artist is Present” (2012) è una pellicola di Matthew Akers che ripercorre i momenti più salienti della preparazione e dello svolgimento del punto più alto della carriera dell'Abramovic: l'opera d'arte non esposta, bensì vissuta dall'artista e da centinaia di migliaia di spettatori, in un'esperienza artistica simbiotica, presso il Museum of Modern Art di New York nel 2010.

Ebbene, punto centrale di questa concezione dell'arte è proprio la condivisione dell'esperienza artistica con il pubblico, senza il quale l'opera non solo si svuota di significato, ma viene completamente meno.

Così Marina, per quasi tre mesi, sei giorni su sette, sette ore al giorno, è stata presente al Moma. In una stanza pressoché vuota, seduta su una sedia, è riuscita a creare uno spazio carismatico in cui l'unico soggetto dell'opera era lo sguardo che si instaurava tra lei e la persona che di volta in volta le era seduta di fronte.

La sua opera d'arte non è altro dall'artista. Si apre, dunque, una nuova riflessione sul rapporto sussistente tra colui che crea l'opera e l'opera creata e sul concetto stesso di creazione artistica. L'opera del Moma non è bella e fatta una volta per tutte, ma è un'opera vissuta istante per istante, un evento che si dà nel tempo del succedersi degli sguardi. Per questo è fallibile.

Non solo. Va anche detto che, coincidendo l'opera con la presenzialità dell'artista, allora la fallibilità dell'opera farà tutt'uno con la vulnerabilità dell'artista, la cui presenza, come già accennato, è consustanziale alla creazione artistica.

Inoltre, occorre sottolineare che la presenza di Marina è anzitutto una presenza fisica, corporea, così come i due corpi nudi che fanno da paletti in quella sorta di passerella di spettatori, così come la carne dell'uomo-vivo a contatto con le ossa dell'uomo-morto. Pertanto, si può inferire che la cifra dominante dell'arte della nostra artista pare essere la corporeità. Una corporeità sì estrema, ma niente affatto definitiva. Infatti, il meramente corporeo non restituisce a pieno e non può assolutamente esaurire la sua forma artistica. Si ritrova sempre qualcosa che eccede questa dimensione corporea e che, tuttavia, non si dà senza di questa, come a ricordarci che l'eterno passa per il transeunte, lo spirituale per il materico, l'assoluto per il contingente.

In conclusione, la radicalità dell'esperienza artistica di Marina Abramovic consta quindi (se vogliamo, semplicemente, ma non banalmente) nella sua presenza fisica che offre allo spettatore (coessenziale all'opera) uno sguardo spirituale. Ed è in questo sguardo che, ancora una volta, l'arte si rivela dono.

 

 

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