Oreste e Amleto, assassini a confronto

Oreste e Amleto, assassini a confronto

L’eroe tragico di fronte alla vendetta in Eschilo e in Shakespeare

 

Vendicare l’assassinio del padre: questo è il fulcro attorno al quale ruotano le tragiche vicende di Oreste e di Amleto, personaggi di epoche differenti, figli di due mondi diversi, dei quali esprimono le idee, le contraddizioni, i dubbi, entrambi posti davanti alla necessità di compiere questo estremo atto di devozione filiale.

Oreste, suo malgrado, deve uccidere, per volontà di Apollo, la madre Clitemnestra per rendere giustizia al padre Agamennone. Nella tragedia “Le Coefore” Eschilo mette in evidenza tutta la sua insicurezza nel momento stesso in cui Oreste sta per compiere l’omicidio, quando esita guardando la madre che, per muoverlo a pietà, gli mostra il seno che lo aveva allattato. A quel punto Pilade, amico fedele, gli ricorda i suoi doveri verso il dio e Oreste porta a compimento la sua vendetta. Tuttavia va ricordato che anche Clitemnestra è a modo suo una vittima: uccidendo il marito si fa vindice della figlia Ifigenìa, che Agamennone aveva sacrificato per propiziarsi i venti alla partenza per Troia. In quest’ottica Oreste non è che l’ultimo anello della catena di delitti della stirpe degli Atridi, cominciata dal loro avo Tantalo e trasmessa a suoi discendenti come un miasma: servirà l’intervento della dea Atena nelle “Eumenidi”, tragedia conclusiva della trilogia di Eschilo, per spezzare tale catena ristabilendo così il kòsmos e la giustizia.

 Amleto invece, nell’omonima opera di Shakespeare, riceve dal padre stesso, in forma di spettro, l’ordine di vendicare la sua morte: il giovane principe si sente tradito non solo dallo zio, ma anche dalla madre, che si è risposata con lui. Non potendosi più fidare di nessuno salvo che del caro amico Orazio, cade preda della melancolia: tutto immerso in questa atmosfera saturnina, si ferma spesso a meditare sull’apparenza del mondo che lo circonda, sulla morte e sull’effimera condizione umana in sette soliloqui, massima espressione della sua profonda solitudine interiore. Stavolta non c’è un deus ex machina che riporti all’ordine la situazione, ma solo il Fato crudele che con macabra ironia pone fine al dramma in un bagno di sangue.

 I due personaggi si trovano bloccati di fronte ad una decisione da prendere: pur dovendo scegliere hanno la sensazione di non avere scelta. «Τὶ δράσω; Che farò?». Ecco la domanda fondamentale dell’eroe tragico: senza contrasto, senza contraddizione, senza lo sconvolgimento delle certezze di ogni giorno, la tragedia non avrebbe luogo. Questa stessa domanda in Oreste ed Amleto si concretizza nell’amechanìa, la sensazione di totale impotenza di fronte agli eventi che segnano la vita, dominati dal Fato: la tragedia infatti spinge i personaggi, e con essi gli spettatori, a riflettere su problematiche ed interrogativi cui tuttavia non intende dare risposta.

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