Pasolini, o l’intellettuale moderno

Pasolini, o l’intellettuale moderno

In questi giorni numerosi spettacoli, convegni, articoli e mostre commemorano Pier Paolo Pasolini nel quarantennale della sua scomparsa. Anche a noi sembra giusto dedicare questo piccolo spazio in suo omaggio, senza promettere ovviamente ai lettori una trattazione esaustiva su una delle più complesse e controverse figure del Novecento, un intellettuale moderno nei contenuti ed eclettico nelle forme dell’espressione artistica.

Quel che ci preme sottolineare è l’apporto tangibile e prezioso che Pasolini ha dato e continua a dare alla nostra società. Per questo speriamo che le recenti commemorazioni siano uno stimolo per riscoprire i suoi scritti di disarmante lucidità e quel cinema di immensa poesia che rappresenta il culmine della sua attività. Soltanto in questo modo possiamo evitare che il suo pensiero venga dimenticato, travisato o strumentalizzato.

Chi era Pasolini? Un inossidabile contestatore, certo, ma non per questo fossilizzato in ambiti tradizionalmente cari alla sinistra cui sentiva di appartenere. Sono proprio l’originalità e l’autonomia di pensiero che ne fanno un intellettuale corsaro. Il marxista scettico sul comunismo, l’ateo innamorato delle Sacre Scritture, il rivoluzionario polemico con gli studenti capelloni sessantottini, l’antiborghese che sfrutta gli strumenti della borghesia come il Corriere o il cinema.

Tutte queste non sono contraddizioni: sono la traduzione pratica del compito dell’intellettuale, di colui che lancia l’allarme in tempi non sospetti, che smuove gli animi dalla pigrizia mentale in cui si sono intorpiditi, che non esita a criticare le mistificazioni del vivere civile, che non ha paura di andare contro il proprio interesse. L’intellighenzia di sinistra lo accusava di disimpegno intendendo l’impegno come militanza. Ma l’intellettuale, per confermarsi tale, non può militare. Deve osservare, capire, e soprattutto comunicare. Pasolini infatti sosteneva che il maggiore dei mali è non essere compresi.

La sua grandezza sta nel valore profetico delle sue affermazioni. Già negli anni sessanta aveva capito, ad esempio, che la televisione sarebbe riuscita lì dove ogni impeto patriottico o impegno istituzionale avevano fallito: cementare l’idea di Italia negli italiani, consacrando l’unità culturale della nazione a distanza di un secolo dall’unità politica.

Oggi ci sembra banale discutere di problematiche sociali come consumismo e massificazione, libera espressione della sessualità e mercificazione dei corpi, incensurabilità dell’arte, integrazione delle aree urbane più disagiate (usando l’efficace immagine di Renzo Piano, il “rammendo delle periferie”). Eppure nulla di tutto ciò era scontato in un passato non troppo lontano e il contributo di Pasolini è spesso stato determinante per imporre questi temi all’attenzione pubblica e formare una consapevolezza diffusa.

Nei romanzi degli anni ’50, Pasolini vedeva nel proletariato delle borgate romane l’ultimo barlume d’innocenza e purezza, di mancata contaminazione dai mali della classe media. Ben presto, anche quell’ultima fascia di popolazione sarebbe stata fagocitata dai modelli fittizi del benessere borghese. Allora Pasolini, secondo cui «l’anima non cresce più» nel «ricordo di un amore consumato», continuò la sua ricerca di una “sottoclasse” in cui la luce di uno sguardo potesse rivelare la purezza di un mondo diverso. Rivolse la sua attenzione al terzo mondo, girando film in Marocco, nello Yemen o in Nepal. Tuttavia non intendeva questa scelta come una sorta di narcisistico rifiuto della società che disprezzava. Come già aveva mostrato in Uccellacci e uccellini, non abbandonò mai il suo posto di intellettuale critico, che alla crisi dell’intellettuale guardava con preoccupazione, sentendosi sempre più chiamato in causa in una società sempre più ferita.

Nell’ultima fase della sua vita, dopo aver abiurato la Trilogia della vita, descrisse in Salò o le 120 giornate di Sodoma la violenza estrema che il potere attua sull’uomo. Sarebbe riduttivo interpretare questo brusco passaggio in chiave di una visione più pessimistica della realtà. La tetraggine di Petrolio e Salò risponde allo stesso imperativo espresso con dolcezza nelle Ceneri di Gramsci: «credi nel mondo senza altra misura che l’umana storia». E se pensiamo alla storia personale di Pasolini, ci rendiamo conto di quanto una vita violenta sia spesso più confacente alla realtà che alla finzione.

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