Paura e amore, le due facce della notte

Paura e amore, le due facce della notte

Viaggio nell’oscurità cantata da poeti e scrittori antichi e moderni

 

“Anche la notte ti somiglia - scriveva Pavese - la notte remota che piange muta, dentro il cuore profondo, e le stelle passano stanche”. Ci somiglia e ci spaventa, la notte, così attenta, come dice Virginia Woolf, a far addolcire e sprofondare i fianchi desolati dei colli, così capace di esprimere l’ansia e l’incertezza delle cose ammassate nel buio. La notte sradica i colori dal mondo e forse per questo ne abbiamo paura fin da piccoli, perché sdrucisce e soffoca ogni confine tra le cose. Ma poi Jacques Prévert afferma che è proprio contro le porte della notte che i ragazzi si amano e, lì, nella loro tremula ombra e nell’abbagliante splendore del loro primo amore, non ci sono per nessuno.

Paura, amore, forse c’è una profonda dicotomia celata tra i veli delle tenebre notturne, o, meglio, nascosta nel cuore dell’Uomo che su essi, dopo ogni tramonto, si adagia e tace, costretto ad affrontare qualcosa che da secoli, scrittori, poeti, pittori cercano di capire ed esprimere.

Siamo tanto affascinati dalla notte e dalle sue oscure luci, che ne siamo terrorizzati, anche se al contempo amiamo la luna e le stelle che essa porta in grembo e che noi, insonni, rendiamo nostre confidenti.

Leopardi parlava alla Luna, piangeva sotto i suoi raggi; muta interlocutrice, essa diventò ora volto della Natura indifferente alle sofferenze, ora, una volta tramontata, sigillo della caduta di ogni illusione per l’uomo.

Anche Saffo vede la Luna tramontare, insieme alle Pleiadi, e resta nella notte priva di luci, come ormai privo è per lei il cuore di ogni speranza d’amore, mentre lo struggimento la divora.

La notte è solitudine, attesa, vuoto, morte. Così, Catullo qualche secolo dopo Saffo, dirà a Lesbia di baciarlo e, baciandolo, vivere, perché mentre la natura prosegue in un cerchio senza fine, l’uomo è destinato a star sveglio solo per la breve luce, prima di dormire una nox perpetua. Dopotutto, è Foscolo stesso che insegna che la sera è l’immagine della fatal quiete. Eppure, nonostante queste oscure trame che avvolgono il suo silenzio, è la notte quell’unico momento in cui Giulietta e Romeo possono uscire dal loro mondo di odio. Ed è sempre di notte che Alda Merini vede il sangue colorarsi finalmente di Dio.

Perché è superba, la notte, e a volte ci protegge dalla realtà, come protesse Kavafis – memoria indelebile - quando ebbe il corpo d’amore, pur in una volgare e squallida stanza, pur sul miserabile giaciglio: ma di notte.

Cosa vuol dire allora, vivere la notte? Forse significa lasciarsi travolgere dalle proprie paure, o forse è esperire quell’eternità che solo un sogno, un sogno d’amore, può dare. Ma, magari, una cosa non esclude l’altra, perché forse la notte ci mette semplicemente di fronte a noi stessi e proprio per questo ci terrorizza tanto. Non riusciamo a dormire, piangiamo, ridiamo, amiamo. Viviamo, e forse per la prima volta davvero, capiamo chi siamo e lo sussurriamo, in lacrime o in quella gioia disperata di ogni epifania, al nostro cuore profondo, e ancora, e ancora, fino a che non ci abbandoniamo, inermi, esausti, tra le braccia dell’immensa notte stellata.

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