Sul potere della coscienza desiderante nel Canto Secondo del Paradiso

Sul potere della coscienza desiderante nel Canto Secondo del Paradiso

“O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,


tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;”

[II, Paradiso,1-7]

 

Così erompe il Poeta Divino che, dopo aver annunciato l'arduo compito che l'attende nel Canto Primo, ovvero di raccontare di quanto ha visto laddove “la gloria di colui che tutto move” più risplende, come in un dittico pittorico, qui nel Secondo completa e amplia quanto già precedentemente esposto: del sublime si narrerà e del deiforme regno, e occorre che chi si voglia imbarcare in tale perigliosa navigazione si lasci guidare dal suo legno o desista se l'impegno è troppo gravoso. Il Canto II del Paradiso si dischiude al lettore come una conchiglia, prezioso e superbo; parafrasando il Singleton “la sapienza necessaria alla sua comprensione, così fortemente richiesta dall’autore,  ci ricorda il dovere di procurarcela, o si rischia il naufragio, ovvero la non comprensione del testo”; così come la pratica nautica, in uso in quel tempo per i convogli di navi, imponeva di seguire l’ammiraglia in acque pericolose, allo stesso modo il Poeta invita il lettore a seguirlo da vicino per non smarrirsi.

Ricorre il motivo della navigazione: se Ulisse si era diretto verso la perdizione, colpevole di assecondare la sua insopprimibile esigenza di diventare “del mondo esperto/ e de li vizi umani e del valore”, Dante si slancia verso il sublime. Il primo volava verso il proibito, il secondo s’innalza alla Teologia. Speculari e lontani ricorrono i due naviganti, sospinti eternamente dalla loro coscienza desiderante,  indirizzata verso l'ignoto: Ulisse, orgoglioso, procede con velocità temeraria (“de’ remi facemmo ali al folle volo”), Dante prende il volo placidamente attraverso i cieli guardando negli occhi Beatrice, allegoria della Teologia, e il suo aspirare a Dio lo slancia più in alto di quanto la sua lingua mortale gli consenta di raccontare, poiché l’intelletto dell’uomo in Dio, oggetto del suo disire “ si profonda tanto / che dietro la memoria non può ire”.

Dante evoca un viaggio che è il risvolto positivo del viaggio trasgressivo di Ulisse; eppure l'umano atavico desiderio di sondare l'insondato, scoprire ciò che c’è da scoprire, conoscere con verità accomuna i due naviganti. Se Iason nel mito degli Argonauti s’era fatto bifolco cimentandosi nelle insormontabili fatiche da superare, Dante si profonda in questa poesia angelica rivolta al Divino.

Nel Canto abbiamo chiara esposizione della Cosmologia di Dante, sintesi avicenniana di Aristotele e Plotino, per la quale dal Motore Immobile, che tutto muove senza esser mosso, procedono i cieli per emanazione. Il mondo astrale, la cui perfezione è implicita nell'universo concettuale di Dante e dei suoi contemporanei, si muove in virtù dell'amore del Divino che, amando i cieli e la totalità tutta del creato, permette loro di amarlo di rimando e, desiderando Dio, di fibrillare di movimento, poiché mossi dal desiderio della Sua perfezione. Nella Cosmologia aristotelica è l’Eros a muovere l’universo; ma se nel mondo classico Eros è una forza ascendente che si innalza alla verità, nel cristianesimo è, innanzi tutto, un dono che da Dio discende all’uomo e solo se l’uomo accoglie la grazia divina, cioè la fede, può partire un movimento ascendente, poiché “Dio si offre come verità a chi cerca la verità”(Sant’Agostino d’Ippona). Dante, quale figlio prediletto di una tradizione conscia del suo debito alla Grecia, meritevole di aver colto nell’uomo la cifra del suo meravigliarsi del mondo e del ricercare, riscopre l’energia incredibilmente umana del desiderare. Da qui scaturisce la ricerca, propriamente detta, di ciò che non si ha, la conoscenza.

 

“accender ne dovria più il disio
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s’unio.”

 [II, Par, 38-40]

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