Gioco d’azzardo, un male redditizio

Gioco d’azzardo, un male redditizio

Il settore del gioco d’azzardo sembra immune alla crisi economica e cresce senza soluzione di continuità, ponendo l’autorità pubblica dinanzi a scelte controverse.

 

C’era un tempo in cui il business delle tabaccherie era incentrato sulle sigarette e gli Autogrill basavano la loro economia su cornetti, caffè, focacce e panini. Oggi, entrando in uno di questi locali, si viene circondati da orde di clienti ansiosi di dare sfogo alle tensioni quotidiane tentando la fortuna. In altre parole, gioco d’azzardo.
I commessi staccano alacremente un’infinità di biglietti sgargianti e li distribuiscono agli acquirenti, incassando in cambio banconote da cinque o dieci euro a pezzo. Intanto, altri giocatori in fondo alla fila attendono impazienti, tenendo in mano una moneta pronta a grattare su quella striscia seducente e imperscrutabile. Dopo un sordo raschiare, i più se ne vanno, con un’espressione del tipo “ma chi me l’ha fatta fare” impressa sul volto. Altri invece riprovano, tentati dal loro stesso biglietto o da qualche tagliando affisso in vetrina come un trofeo, dove è esposta la cifra vinta da un fortunato giocatore.
Queste scene diventano sempre più frequenti e portano con sé una grande amarezza. Perché si moltiplicano a vista d’occhio Slot Machine, videopoker, lotterie e “Gratta e Vinci”? Qual è l’ammontare di risorse sottratte all’economia produttiva per essere immesse in questo “circolo vizioso”? Quante persone considerano questi mezzi non come un semplice svago occasionale, ma come l’unico modo per cambiare la propria condizione, se non la vita? Quanti credono che basti un colpo di fortuna per realizzare i propri sogni?
Gli esperti sono convinti che simili tentazioni possono portare ad assuefazione. Dipendenza da gioco. E sarebbe una delle più pericolose, forse la più difficile da superare, perché la grande varietà e diffusione di forme d’azzardo non scoraggia certo i giocatori più accaniti.
Da qualche anno riscontra grande successo il “Win For Life”, gioco nella cui versione classica occorre indovinare esattamente una sequenza di numeri e “numeroni” per un totale di undici caselle. Inutile dire che la probabilità di massima vincita sia prossima allo zero: secondo la nota informativa, essa è pari a 1 su 3.695.120 (0,000027%). Però la posta in palio è davvero allettante: una rendita ventennale che può arrivare fino a tremila euro al mese. Ad uno sguardo critico non sfuggirà che si tratta di una offerta appositamente studiata per gravare sui ceti sociali più fragili, in condizioni di indigenza o senza una prospettiva reddituale definita per l’avvenire. A nostro avviso il caso del “Win for Life” è interessante perché pone seri interrogativi in materia di etica pubblica. Come gran parte dei giochi legali, esso è gestito dalla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, contribuendo in misura non trascurabile al gettito erariale. Questo pone l’autorità pubblica dinanzi a un delicato trade-off tra il benessere (economico e psicologico) della collettività e l’incasso di ingenti somme che rappresentano un toccasana per le finanze statali, in modo non dissimile da quel che accade con i tabacchi, in cui il trade-off riguarda salute dei cittadini e risorse finanziarie.
Nel caso del gioco d’azzardo la situazione sembra essere ancora più vantaggiosa per lo Stato, specialmente in periodi di crisi. Infatti, è lecito supporre che la domanda di giochi simili al “Win for Life” sia inversamente correlata al ciclo economico, mentre per i tabacchi tale correlazione resta positiva, o tutt’al più nulla. Pertanto, mentre il gettito da imposte si riduce in assenza di crescita del Pil reale, con le entrate del “Win for Life” potrebbe accadere il contrario, con grande sollievo dell’erario. Non è un caso che il settore del gioco d’azzardo tragga vigore dalla recessione: è plausibile che in un momento di crisi, quando fiducia e intraprendenza vengono meno, aumenti la propensione al rischio e la gente sia attratta da questi mezzi alternativi che il più delle volte si ritorcono contro coloro che li adoperano.
Proprio in questo risiede il problema di natura etica in precedenza accennato. Torniamo ancora all’esempio del “Win For Life”: sebbene esistano diverse distribuzioni di probabilità di vincita in relazione al livello di difficoltà prescelto, è ragionevole ritenere che, al variare della frequenza e dell’entità delle puntate, il valore atteso della vincita del giocatore medio si mantenga inferiore al valore attuale delle somme da lui spese per il gioco; in termini più immediati, il giocatore medio ci perde, e quindi l’arricchimento di uno è finanziato dall’impoverimento di molti. Verrebbe da dire che tutto questo stride anche con l’impianto generale della nostra Costituzione in tema di redistribuzione della ricchezza…
Dal sito https://www.agenziadoganemonopoli.gov.it risulta che nel 2015 la raccolta del gioco legale ha superato 88 miliardi di euro (circa il 3% del Pil), con un introito netto erariale di circa 9 miliardi. Ma includendo la piaga del gioco illegale, che spazia dalle tradizionali scommesse clandestine al poker online, le cifre crescono vertiginosamente, offrendo non di rado opportunità di riciclaggio.
Sembra che nel 2015 il gioco d’azzardo abbia coinvolto complessivamente 30 milioni di italiani. Ma qual è il profilo del giocatore-tipo? La risposta delle statistiche è spiazzante ma facilmente riscontrabile: si tratta soprattutto di over 50. Persone ben al di là della maturità che sperano in questo modo di evadere da una grigia realtà, coltivando un’illusione pressoché irrealizzabile. Non è un bel messaggio per le giovani generazioni.
Non sarà facile porre un freno a questa tendenza, almeno finché non verrà sconfitta la cultura dell’espediente, la facile ricerca del “tutto e subito” che attanaglia le nostre menti fin dalla più tenera età. Un segnale importante sta arrivando, grazie alle numerose piattaforme della società civile che si mobilitano sul territorio nazionale. Su tutte, ci piace ricordare “SlotMob”, coordinata, fra gli altri, dal prof. Leonardo Becchetti, la quale invita ad un’azione semplice ed efficace: non ordinare consumazioni nei bar in cui sono presenti slot machines. Becchetti non si stanca di denunciare l’inadeguatezza di un indicatore di benessere (il Pil) che trascura variabili determinanti per il benessere sociale. Partendo da questo presupposto, è possibile affermare che se vi sarà un’inversione di tendenza nel volume d’affari del gioco d’azzardo, certamente assisteremo a una riduzione del gettito erariale, ma verosimilmente il tessuto sociale beneficerà di un’esternalità positiva in termini di migliore qualità della vita, minori costi dei centri di recupero e maggiori risorse impiegate in consumi produttivi. Questa sì che sarebbe una fortuna.

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Cultura, economia, formazione, politica e scienza. E un occhio sempre attento alle bellezze, alle opportunità, alle sfide con le quali si confrontano giovani che vivono a Roma gli anni della formazione universitaria.

 

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