Multinazionali al capolinea, il futuro è delle imprese locali e delle start up

Multinazionali al capolinea, il futuro è delle imprese locali e delle start up

Le politiche protezioniste di Trump, ma non solo, alla base di questa inversione di tendenza colta dalla stampa internazionale

Anche le multinazionali nel mirino di Donald Trump. L’accusa del nuovo inquilino della Casa Bianca è di dirottare all’estero imprese e posti di lavoro. Ma, a ben vedere, il nuovo corso protezionista del presidente Usa è in linea con i tempi.

Lo sostiene l’Economist  in uno degli ultimi numeri (“In retreat, Global companies in the era of protectionism”, 28 gennaio 2017): le multinazionali - scrive la rivista britannica - sono in pieno arretramento nell’economia globale e non solo a causa della minaccia del protezionismo. Infatti da molto prima della “rivolta populista” del 2016, la performance finanziaria è calata e non supera più quella delle imprese locali. Tuttavia sono pochi a rendersi conto che questo può significare un nuovo boom economico, una nuova forma di capitalismo il cui merito, con grande probabilità, risulterà essere del protezionismo, del populismo e di Trump.

L’età dell’oro delle multinazionali è stato frutto di coincidenze fortunate. Fenomeno del secolo scorso, sono cresciute nel mondo interconnesso e globalizzato dei primi anni 90’, alla fine del blocco cinese, e ancor prima sovietico. Era come se il mondo avesse un nuovo appetito: un Kentucky Fried Chicken (KFC) aprì vicino a piazza Tienanmen nel 1987, un McDonald’s spuntò in piazza Pushkin a Mosca nel 1990, distribuendo solo al primo giorno 30mila hamburger. Tra il 1990 e il 2005 le vendite estere dei due marchi è aumentato in totale del 400%. Il nuovo mercato, incredibilmente potente, è diventato il simbolo della globalizzazione: gli investitori hanno puntato sull’economia di scala e sulla sua efficienza produttiva. Frequente è diventato l’esempio dell’impresa cinese che impiega macchinari tedeschi, con padroni negli Stati Uniti, che paga le tasse in Lussemburgo e vende in Giappone, con l’obiettivo, insomma, di costruire e investire su vere e proprie “moneymaking machines”. 

Al giorno d’oggi, però, KFC e McDonald contano grosse perdite di profitto. Aldilà dei casi specifici, è significativo il trend a livello globale: il mondo sembra, infatti, aver perso il gusto per il global business. I giganti globali, i proprietari d’imperi economici, hanno perso la capacità di tagliare i costi e di ridurre al minimo le tasse: fatta eccezione per le imprese legate al mondo dell’Internet, le multinazionali non rappresentano più il modello di business adatto al mondo di oggi, a fronte di costi di gestione troppo elevati per competere con nuovi modelli più dinamici e funzionali, soprattutto su scala ridotta, come le start up.

L’Economist sentenzia in questo modo la necessità per i marchi globali di ripensare ad un vantaggio competitivo che permetta di adattarsi meglio alle nuove tecnologie. Nonostante le perdite in termini di competitività e redditività – questa è la previsione -  il successivo recupero non tarderà. Certo, i costi non mancheranno: da una parte, i Paesi che si sono arricchiti grazie alle multinazionali potrebbero notare una riduzione della competizione e un aumento dei prezzi; dall’altra parte, però, gli investitori vedranno il proprio portafoglio azionario non più occupato per un terzo o più da marchi globali. Il risultato confluirà in una nuova forma di capitalismo: più frammentato e “parrocchiale”, meno efficiente, ma che forse godrà di un più ampio supporto da parte della gente.

Share this article

Panorama per i giovani

Cultura, economia, formazione, politica e scienza. E un occhio sempre attento alle bellezze, alle opportunità, alle sfide con le quali si confrontano giovani che vivono a Roma gli anni della formazione universitaria.

 

Una rivista on line, interamente realizzata dagli allievi del Collegio "Lamaro Pozzani", che cerca di partire da quello che ci interessa oggi per anticipare ciò che conterà domani.

Ultimi articoli