Dopo la Buona scuola è la volta della Buona università

Dopo la Buona scuola è la volta della Buona università

Si apre lo scambio di idee sulla riforma universitaria

Il 9 ottobre scorso, presso l’Aula Magna del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Roma Tre, ho partecipato ad un convegno scoperto quasi per caso, navigando sui siti web degli atenei romani, promosso dall’AIDU, l’Associazione Italiana Docenti Universitari. Tema del convegno: la buona università. Da studentessa alla conclusione del suo primo anno da matricola, con ancora molto tempo in prospettiva da trascorrere entro le mura universitarie, la curiosità verso l’evento è nata spontanea.

Molti gli interventi che hanno affrontato le questioni più urgenti nell’agenda della politica universitaria in Italia. Fra i relatori, personalità ed esperti appartenenti al mondo sia accademico sia ministeriale, nonché religioso (un saluto d’eccezione è stato infatti rivolto ai presenti anche da parte di Mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale CEI). Nel dibattito, moderato dal professore emerito Luciano Corradini, si sono alternate le voci dei Rettori delle università di Roma Tre Mario Panizza e di Tor Vergata Giuseppe Novelli, dei professori ordinari Francesco Guida e Gian Cesare Romagnoli di Roma Tre, Andrea Lenzi e Mario Morcellini dell’ateneo La Sapienza e di Antonio La Spina, docente presso l’Università Luiss Guido Carli. A tutti questi nomi si aggiunge quello di Daniele Livon, Direttore Generale al MIUR per l'università, lo studente e il diritto allo studio universitario.

Fra gli argomenti discussi, innanzitutto l’autonomia degli atenei, sulla quale l’auspicio diffuso è stato quello di una modifica nel senso di una sua maggior estensione, per consentire alle singole realtà di perseguire i propri obiettivi di politica accademica. Accanto ad essa, e come esempio di sua concreta esplicazione, si è parlato della cosiddetta Terza Missione, ovvero di quella rete di integrazione fra università, territorio e società civile, che sempre più gli atenei italiani stanno cercando di tessere ed ampliare, nella convinzione che solamente agendo in sintonia, uno a fianco all’altro, si può puntare ad un modello di sviluppo globale competitivo e duraturo.

Di fronte al preoccupante calo del numero di iscritti, inoltre, tutti i relatori hanno concordato sulla necessità di rivedere i meccanismi di inclusione ed incentivazione degli studenti, per evitare ogni tipo di discriminazione basato sulla classe sociale e spingerli a continuare la loro formazione nella fase post-diploma, attraverso gli strumenti del diritto alla studio ed altre opportunità concrete di stage ed esperienze formative.

Immancabile il tema delle risorse. Il Direttore Generale per l’Università al MIUR Livon, sollecitato dagli interventi di Rettori e professori delle università romane presenti, ha parlato, numeri alla mano, del capitolo finanziamento. È stata sottolineata la necessità di una sostanziale revisione dei metodi di valutazione delle performance dei singoli atenei, promuovendo la logica del merito e dell’efficienza.

Ma l’argomento che ha maggiormente scaldato gli animi degli oratori intervenuti è stato  quello dell’intricata questione del reclutamento e delle progressioni di carriera. In un panorama attualmente troppo variegato e disordinato di tipologie contrattuali, che disciplinano in particolare l’accesso al periodo di pre-docenza, si chiede un intervento normativo deciso, che porti chiarezza di figure e al contempo agevoli in concreto i vari step del cursus honorum accademico, fino all’effettiva stabilizzazione. Dati i segnali di apertura del Governo, le parti coinvolte non hanno intenzione di perdere questa occasione per far sentire la propria voce formulando proposte costruttive, a cui peraltro già da tempo organi istituzionali come il CUN o associazioni di docenti come l’AIDU stanno lavorando.

La percezione è stata quella di un rinnovato aperto dibattito in divenire, in cui si cerca di mantenere al minimo le tensioni ideologiche di fondo a proposito del modo in cui intendere il fare didattica, il fare ricerca, in una parola, il vivere l’ambiente accademico nel suo complesso, per trovare invece dei punti di forza comuni, dai quali innescare l’impulso per produrre un miglioramento del sistema. Sistema che, peraltro, nonostante tutti i difetti che oggi possa avere, a partire dalla non irrilevante ristrettezza di risorse di cui soffre, non smette di dare i suoi risultati, e risultati eccellenti.

Come da più parti è stato sottolineato nel corso della mattinata, il fenomeno del brain-drain e l’oggettivo apprezzamento che molti laureati italiani continuano ad ottenere all’estero sono dimostrazioni del fatto che l’università italiana è perfettamente in grado di coltivare i propri talenti. Per questo è necessario che ogni intervento di riforma sia condotto con lungimiranza e saggezza, per ottimizzare e non alterare o peggiorare meccanismi già virtuosi di divulgazione e valorizzazione del sapere.

 

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