Professori svizzeri: qual è il loro mondo?

Professori svizzeri: qual è il loro mondo?

Marco Kellerhals racconta che cosa significa insegnare in una scuola della Svizzera

In questi giorni di fuoco e di polemiche sul Concorsone, che vede coinvolti più di 150mila insegnanti italiani, basta fare un salto appena fuori dai confini per sentire altre storie e capire come si vive questo stesso tipo di esperienza lavorativa fuori dall’Italia. Abbiamo intervistato un professore di una Sekundarschule (scuola media) di Zurigo (CH).

Chi sei? Cosa fai nella vita?

Mi chiamo Marco Kellerhals, ho 28 anni. Lavoro come insegnante, al 50%. Il tempo restante studio pedagogia alla Pädagogische Hochschule Zürich (PHZH) di Zurigo.

Perché hai scelto questa professione?

Mi è sempre piaciuto assistere alla crescita dei giovani e mi rende felice essere parte di un periodo così importante della loro vita.

Come si diventa professori in Svizzera?

Prima di tutto è necessario aver fatto il liceo, poi bisogna frequentare una scuola, come la PHZH, che è equivalente all’università, per quattro anni e mezzo. Qui si scelgono quattro discipline in cui specializzarsi. Le mie sono matematica, scienze, storia e geografia.

Come mai sono quattro?

La vera ragione è che i docenti in giro sono pochi, allora si cerca di creare dei soggetti attrattivi per il mercato del lavoro, che possano adattarsi alle necessità del posto in cui andranno a lavorare, un vantaggio per sé stessi e per la scuola.

Come ottiene il posto di lavoro un professore svizzero?

Manda direttamente il proprio curriculum alla scuola, sperando nell’assunzione (come ho fatto io) oppure cerca sui siti internet dove ci sono offerte di lavoro. Ma non esistono concorsi: se più professori competono per un posto, è la scuola a decidere il soggetto più interessante, o meglio, quello più utile per quel contesto specifico.

Quali sono le tue prospettive di guadagno?

Lavorando al 100% tra qualche anno, appena avrò finito la scuola, arriverò a 91mila euro annui. Però anche l’esperienza conta. Viene valutata con una scala fino a un punteggio massimo di 15. Io al momento ho esperienza 2. Al 15° livello si arriva fino a 130mila euro annui. Se avessi insegnato alle scuole elementari, invece, la cifra sarebbe stata di poco più bassa: con il livello 2 di esperienza, fino a 70mila euro annui, col livello 15 fino a 100mila euro. Lo stipendio è proporzionato al tipo di scuola.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Per adesso rimanere a Regensdorf, dove insegno da un mese ed ho un posto fisso. Poi vedrò di prendere altre decisioni in futuro. Il mio stipendio non varia. Potrei permettermi di cambiare luogo di lavoro solo per una vista migliore dalla finestra della classe.

Qual è la cosa più importante che la scuola deve dare agli studenti?

Per me sono tre cose: un “minimo” di ordine, un “massimo” di rispetto e un “minimo” di autonomia (è un motto personale tradotto dal tedesco).

Che considerazione riceve la tua professione nella società svizzera?

Un tempo professore, avvocato e medico erano tre professioni che contrassegnavano uno status sociale elevato: “perché ti curavano, educavano e difendevano”. Oggi le cose stanno cambiando, ma la stima è rimasta. Non c’è altro lavoro nei quali si viene messi alla prova così tanto e spesso: per la società siamo coraggiosi.

Che cosa credi che dovrebbe cambiare nel sistema scolastico svizzero?

Si dovrebbe lavorare ancora di più sul senso di responsabilità dei ragazzi. A volte non è facile educare con le mani legate.

Cosa pensi dei livelli A, B e C?

È una buona cosa, perché non tutti apprendono allo stesso modo; talvolta lo scoglio più alto è la lingua che usiamo tutti i giorni e va tenuto da conto. Molti ragazzi possono dare per scontati dei passaggi a cui altri invece devono arrivare con qualche esempio in più.

Come funziona con i ragazzi stranieri? Quanto peso ha la religione a scuola?

È accaduto che a una maestra sia stato impedito di lavorare, perché indossava il velo. Ma era un caso isolato. Non ci sono regole o divieti particolari, la scuola è laica. La percentuale di stranieri peraltro è molto alta: esistono le QUIMS Schulen, ossia scuole con il 40% di stranieri, che ricevono aiuti economici per favorire corsi ad hoc integrativi.

Da italosvizzero, che consiglio daresti alla scuola italiana?

L’educazione costa. Fare economie è controproducente in questo settore. Noi risparmiamo sui materiali didattici, e ne vediamo bene le conseguenze. Immagino che tagliare risorse sui professori, ad esempio, abbia effetti ancor peggiori.

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