Studiare o lavorare? La soluzione tedesca a un dilemma italiano

Studiare o lavorare? La soluzione tedesca a un dilemma italiano

Una crescita sostenibile e inclusiva ossa attraverso una popolazione colta e occupata. L'Italia è rimasta indietro e rincorrere le linee guida tracciate dell'Ue, la Germania ha adattato il suo sistema educativo superiore all'incontro con il mercato del lavoro all'interno di percorsi formativi qualificanti. Un modello da seguire?

 

La fine degli studi scolastici coincide con il momento in cui i ragazzi smettono di immaginare il loro futuro per costruirlo. La prima fondamentale domanda è: studiare o lavorare? Se fino a qualche decennio fa questo dilemma poteva realmente avere due soluzioni, oggi la scelta appare quasi scontata ai più volenterosi. Iscriversi all’università è la strada obbligata per la maggior parte dei maturandi italiani, che intravedono un mercato del lavoro saturo e poco attraente, difficile da penetrare anche quando si è in possesso di titoli di studio altamente qualificanti.

A prima vista, le scelte dei giovani italiani vanno esattamente nel solco indicato dalla strategia Europa 2020, che nel 2010 indicava agli Stati membri 5 obiettivi per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Tra questi vi è quello di avere il 40% della popolazione giovanile laureata. L’Italia ha fissato il suo obiettivo nazionale al 26-27% e il rapporto Eurostat di marzo 2015 attesta la percentuale italiana di completamento di un ciclo di istruzione terziaria al 23,3% (la medaglia d’oro spetta al Lussemburgo): sembra evidente che qualcosa non funziona come dovrebbe. Innanzitutto, lo scollamento tra la percezione della realtà e la realtà stessa è sintomatico di una patologia: l'educazione terziaria non è tanto scelta quanto "subita" e ciò si ripercuote sulla performance degli studenti. Se da un lato le università estere ci parlano di giovani italiani poliglotti, laureati e studiosi brillanti, le facoltà italiane adempiono con una frequenza preoccupante alla funzione di ammortizzatori sociali, grazie ai quali si ritarda il confronto con il mondo del lavoro.

Sembra che il sistema universitario italiano abbia fagocitato lo spirito del progetto di Bologna, che persegue l’uniformità dei percorsi universitari europei. L’introduzione della famigerata laurea triennale è stata trasformata in Italia, con un’abilità che duole definire autoctona, in un inutile doppione del titolo di studio magistrale. Lo spirito della riforma era quello poi esplicitato nella strategia Europa 2020: avere una popolazione europea occupata e laureata, così da garantire un innalzamento generale della qualità del lavoro e della vita. Lo studente italiano medio, non colui che è dotato di particolare inclinazione allo studio o aspira a ricoprire incarichi dirigenziali nella società del futuro, sa che la laurea triennale è solo un fastidioso rallentamento, non è qualificante (non tocchiamo qui il tasto della totale abdicazione della gran parte delle nostre facoltà a creare delle competenze tecnico-pratiche) e dunque dà per scontata l’acquisizione di un titolo magistrale. Il fenomeno non è ovviamente solo negativo, ma contribuisce a quelle frizioni che sono diventate strutturali nel mercato del lavoro italiano, in cui i giovani si immettono tardi, con una formazione teorica di altissimo livello che, però, non riesce ad esprimersi, perché priva di competenze pratiche.

Il periodo che ho trascorso a Monaco di Baviera mi ha permesso di guardare al problema formazione/occupazione con altri occhi, portandomi a rivalutare la definizione stessa di educazione terziaria, che ingloba anche i corsi superiori professionalizzanti. La Germania, sotto questo punto di vista, ha un sistema molto efficiente che concilia l’esigenza occupazionale con quella di una popolazione preparata, senza dimenticare che dare la possibilità a ciascuno di intraprendere la carriera che trova adatta a sé è fonte di felicità e di coesione sociale. È possibile profilare un confronto tra come avrebbero dovuto essere le nostre lauree triennali (almeno in alcuni settori scientifici) e come sono le Fachhochschulen tedesche.

Gerarchicamente diverse dalle università, e spesso percepite come meno prestigiose, le FH incarnano la differenziazione del sistema educativo terziario tedesco. Questo, accanto alle università generaliste, presenta le suddette scuole, frutto della riqualificazione di istituti professionali superiori avvenuta a cavallo degli anni ‘60-’70. Le Fachhochschulen offrono percorsi triennali o quadriennali in cui allo studio di materie quali ingegneria, economia, architettura, scienze sociali e dell’amministrazione vengono affiancati 2 semestri di tirocinio (Praktikum), in un continuo dialogo con le realtà aziendali regionali e nazionali. Le FH sono le uniche scuole professionalizzanti che rilasciano un titolo che la classificazione ISCED riconosce come terziario, ma il sistema tedesco conosce anche le Berufsakademien, che funzionano sostanzialmente come le FH ma il cui titolo viene considerato “post secondary, not tertiar”, fattore che nelle statistiche riduce la percentuale della popolazione tedesca che ha conseguito un’educazione terziaria.

Appare, quindi, possibile conciliare una preparazione specialistica con una competenza pratica che possa essere portata sul mercato del lavoro in maniera graduale e efficiente. È  improcrastinabile nel nostro Paese un impegno serio nei confronti delle istituzioni universitarie spesso vituperate dalla politica e dagli stessi professori poco attenti al loro ruolo primario di docenti. Non bisogna, poi, dimenticare che è necessaria una collaborazione sinergica tra università e imprese presenti sul territorio, poiché solo così questi due attori fondamentali per la società possono adempiere al meglio al loro ruolo, che è anche al servizio del capitale umano.

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