Finanziamento dei Beni culturali, dal partenariato pubblico-privato agli strumenti più innovativi

Finanziamento dei Beni culturali, dal partenariato pubblico-privato agli strumenti più innovativi

Per alcuni, con la cultura non si mangia. Per altri, vale l’esatto contrario. Altri ancora si spingono oltre e affermano: la cultura è il nostro petrolio.

Ma, al di là degli slogan, il tema centrale del finanziamento dei prodotti culturali continua ad apparire complesso e sfuggevole al cittadino medio.

Per provare a fare chiarezza, basta prendere in considerazione il dato quantitativo, fotografato dal rapporto annuale della Fondazione Symbola. Cultura e creatività sono considerati motori dell’economia del nostro Paese e proprio per questo il legislatore vi presta grande attenzione. Secondo il rapporto, infatti, il valore aggiunto dell’economia che ruota intorno ai beni culturali ammonta, nel 2016, a 89,7 miliardi di euro. Il 6,1% della ricchezza del nostro Paese. La vera sfida è nel distinguere che cosa cultura da quello che cultura non è.

Il perimetro odierno prevede una distinzione tra attività culturali propriamente dette e attività creative driven. Alle prime si fanno risalire le industrie creative (architettura, design), le industrie culturali (che spaziano dai film ai libri, includendo musica, stampa ed editoria) e il patrimonio storico artistico. Le seconde, invece, comprendono  tutte le attività grazie alle quali arte e cultura possono  alimentare e innovare le filiere del Made in Italy e crearne di nuove. Per entrambe sono sempre più evidenti l’insufficienza dei finanziamenti pubblici e la necessità di un sostegno economico da parte dei privati.

Il partenariato pubblico–privato, una realtà ben affermata in alcuni Paesi occidentali ma meno in Italia, è un importante mezzo di finanziamento per progetti culturali e creativi. Lo scopo di queste forme di cooperazione tra poteri pubblici e privati è creare servizi di interesse pubblico, con possibilità di guadagni, in termini non solo economici, per entrambe le parti. In Italia non esiste una normativa specifica e dunque si procede a una valutazione dell’istituto giuridico più adatto per il partenariato caso per caso, basata sul tipo di cooperazione e sul tipo di progetto. Il project financing è l’esempio più emblematico. La sfondo normativo è cambiato nel corso degli ultimi anni, fino alla riforma impressa dal decreto legislativo n. 152 del 2008. In sintesi, si tratta di un’operazione di tecnica di finanziamento a lungo termine di un progetto in cui il ristoro del finanziamento stesso è garantito dai flussi di cassa previsti dalla attività di gestione dell'opera. Iniziative del genere, calate nel contesto dei beni culturali, ben si adattano al finanziamento di grandi progetti, quali il restauro di beni di importanza strategica oppure la realizzazione di poli culturali, quali i musei.

Il crowdfundig, poi,  è un mezzo di finanziamento ampiamente diffuso al giorno d’oggi. La sua applicazione a progetti di tipo culturale può essere una buona palestra per i partenariati pubblico-privato. Se da un lato, infatti, questo metodo vede un proliferare di piattaforme online per progetti di moltissimi ambiti, una sua applicazione al contesto culturale–creativo potrebbe risultare foriera di novità. Il crowdfundingpotrebbe venire integrato da  finanziamenti pubblici. In questo senso, la creazione di buone pratiche e infrastrutture andrebbero adeguate alla selezione dei progetti, classificandoli non solo per interesse ma anche per ricadute in termini di creazione di valore, e alla raccolta di finanziamenti presso investitori di ogni taglia, dal cittadino alla multinazionale. Il pubblico andrebbe a coprire gli eventuali finanziamenti mancati, col vantaggio di finanziare non dover finanziare i progetti in toto. Le risorse risparmiate potrebbero così essere adeguatamente impiegate in altri progetti. Di fatto una scelta del genere favorirebbe un rapporto tra cittadino e istituzioni più diretto, con i vantaggi e i rischi del caso.

Infine, il fenomeno delle startup, che ha una sua declinazione anche in ambito creativo e culturale. Il fermento del settore, con la nascita di diversi attori, dai creatori agli incubatori di imprese neocostituite, è evidente.

Di certo, il panorama delle possibilità è ben più vasto dei mezzi a disposizione. Anche per questo motivo, una maggiore e più capillare diffusione della cultura tra la popolazione non può che passare da un robusto sostegno da parte di soggetti privati. In più, la bandiera della cultura è spesso sventolata per progetti di facciata, privi di ben precise caratteristiche come il grado di innovazione, la ricaduta occupazionale e la sostenibilità nel tempo. Caratteristiche ben chiare al legislatore e al governo, come ha testimoniato il sottosegretario Al Mibact, Antimo Cesaro, ospite recentemente di un incontro con gli studenti del Collegio Universitario dei Cavalieri del Lavoro “Lamaro Pozzani”.

In conclusione, il sistema dei finanziamenti alla cultura segue l’esplosione di questo settore, vecchio come l’uomo ma di recentissimo sfruttamento in termini economici moderni. Che di cultura si mangi o non si mangi, non si perda la sua funzione fondamentale nel renderci, appunto, umani. 

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