Basterà Super Mario a salvarci?

Basterà Super Mario a salvarci?

La politica monetaria non è mai stata tanto attiva come nell’ultimo quinquennio; ma non si può dire altrettanto per le altre leve della politica economica.

Sono trascorsi cinque anni dal summit londinese in cui Mario Draghi pronunciò il celebre whatever it takes, la dichiarazione che sanciva con grande fermezza l’impegno della BCE a tutela dell’euro e dei paesi più fragili dell’Eurozona, all’epoca oggetto di forti attacchi speculativi. Il semplice effetto-annuncio bastò a placare i mercati, frenando le vendite di titoli italiani e spagnoli, i cui rendimenti tornarono in breve a livelli ragionevoli. In seguito, alle parole del governatore della banca centrale sono sempre seguiti dei fatti. Anzi, il mandato Draghi è quello connotato dal maggiore interventismo nella storia della politica monetaria europea, tanto da far sorgere in alcuni osservatori il timore di un travalicamento di competenze.

A ben vedere, il susseguirsi di manovre espansive non convenzionali è giustificato dalle gravi turbolenze che hanno scosso i mercati finanziari europei a partire dal 2011. In questi anni, gli economisti hanno dovuto ribaltare gli schemi tradizionali a cui erano abituati: ciò che era pura astrazione teorica (i tassi d’interesse negativi) si è tramutato in realtà; ciò che storicamente rappresentava una minaccia da calmierare (l’inflazione) è ormai una speranza da alimentare, unico appiglio per uscire dalle sabbie mobili deflazionistiche che soffocano molti paesi europei nella morsa della stagnazione.

Eppure, qualcosa non sta funzionando negli impulsi di trasmissione della politica monetaria. Certo, la situazione sarebbe ben peggiore senza i TLTRO e il QE. La crisi dei debiti sovrani sarebbe giunta al punto di deflagrazione, l’onere del debito pubblico non avrebbe beneficiato della riduzione dei tassi d’interesse ed il settore bancario sarebbe ancora affetto da crisi di liquidità. È bene ricordare che l’unico obiettivo statutario della BCE consiste nel garantire la stabilità dei prezzi, intesa come tasso di inflazione prossimo (ma inferiore) al 2%. Non rientra dunque tra gli obiettivi primari di Draghi la crescita economica e il rafforzamento del livello di occupazione, diversamente da quanto accade in America con la FED. Ed è curioso che negli Stati Uniti, in cui esiste un governo federale legittimato dal voto, i principali obiettivi macroeconomici siano affidati ad una autorità non eletta che gode di ampi margini di discrezionalità nella definizione degli obiettivi e delle strategie per il loro perseguimento – per intenderci, non sono specificati parametri numerici come nel caso del nostro 2% - mentre in Europa, in cui un vero e proprio governo federale eletto non esiste, l’autorità monetaria sia privata di queste competenze, affidate ad organismi che si ammantano di un’aura vagamente tecnocratica.

In sostanza, se l’unico obiettivo della BCE è avvicinarsi a un tasso di inflazione del 2%, quest’obiettivo non è mai stato centrato in seguito al 2011, nonostante l’adozione di politiche ultra-espansive. L’helicopter money pilotato da Draghi ha inondato di liquidità il sistema economico, ma si è trovato in balìa di correnti impazzite, come se una galleria del vento fuori controllo avesse disperso la pioggia benefica di moneta, facendola turbinare lontano da una allocazione efficiente delle risorse. Fuor di metafora, l’iniezione di liquidità è avvenuta, ma l’inflazione non è cresciuta, con grande beffa dei manuali di politica monetaria e degli studenti di economia. Sono sbagliate le teorie economiche? Più probabile credere che esistano frizioni nel mondo reale che non sono considerate dai modelli teorici. Più precisamente, nell’Eurozona si concretizzano situazioni conflittuali che smorzano gli effetti della politica monetaria; ne illustriamo brevemente due esempi, a nostro avviso assai rilevanti.

Il primo caso è una contraddizione tutta interna alla BCE e riguarda il conflitto tra politica monetaria e vigilanza bancaria. Entrambe le funzioni sono prerogativa del Sistema Europeo delle Banche Centrali, al cui vertice vi è la BCE. Senza scendere in tecnicismi, la politica monetaria, che impatta sul sistema economico per il tramite del sistema bancario, in questi anni mira a favorire l’accesso delle banche ad una imponente mole di liquidità, al fine di incentivare la concessione di prestiti e stimolare le attività produttive. D’altro canto, la regolamentazione imposta dalla Vigilanza obbliga le banche a soddisfare stringenti vincoli patrimoniali, centellinando l’erogazione di prestiti. Con la mano destra la BCE spinge gli istituti di credito a moltiplicare base monetaria; con la sinistra pone un freno alla circolazione di nuova moneta. Intendiamoci, guai se l’autorità di Vigilanza non facesse il proprio mestiere, consentendo alle banche di prestare denaro con eccessiva leggerezza. Ricordiamo tutti il caso dei prestiti NINJA (No Income, No Job & Assets), vaso di Pandora all’origine di tante sventure finanziarie. Tuttavia, indubbiamente le finalità perseguite dagli organi di vigilanza producono un effetto contrastante con le finalità di politica monetaria, complicando una attività, quella bancaria, già resa impervia dalla contrazione dei margini di interesse.

Il secondo caso, ben più grave, riguarda il conflitto tra politica fiscale e politica monetaria. Di quest’ultima abbiamo già accennato, rimarcandone il carattere ultra-espansivo necessario ad accomodare gli shocks macroeconomici che hanno colpito l’area Euro. Ebbene, la politica fiscale dei paesi dell’Eurozona da anni ha intrapreso un sentiero che va in direzione opposta, a causa dei vincoli di bilancio, contenuti nel Fiscal Compact, che determinano scelte di politica economica fortemente restrittive. Vi è dunque una incoerenza di fondo tra le due principali leve necessarie alla stabilizzazione delle fluttuazioni cicliche, e ciò rende instabile il baricentro dell’equilibro macroeconomico nell’Eurozona. Non è necessario professarsi keynesiani per comprendere che, se c’è una fase in cui bisogna realizzare investimenti produttivi e sostenere con risorse pubbliche la domanda aggregata, questa è la fase di contrazione del ciclo economico. Le politiche di austerità sono appropriate nelle fasi ascendenti del ciclo, quando occorre scongiurare il rischio di un eccessivo rilassamento del sistema economico, sotto forma di spesa corrente in eccesso e conseguente crescita dello stock di debito pubblico. In Italia questo è accaduto per tutti gli anni ottanta, e chissà per quanto tempo ancora ne pagheremo le conseguenze.

In questo momento procediamo a fatica, come se stessimo percorrendo delle scale mobili in senso inverso rispetto al movimento del trasporto meccanico. E ad andare contromano sono le autorità politiche, gli organi esecutivi dell’area Euro. Draghi può parare i colpi sferzati dalla crisi, può attutire gli shocks macroeconomici, può venire in soccorso agli Stati periferici drogando i mercati con una domanda artificiale di titoli (si perdoni la crudezza dell’espressione, ma di questo si tratta). Tuttavia nessuna di queste azioni costituisce una soluzione di lungo periodo, essendo pur sempre frutto di un approccio emergenziale. E di questo il governatore della BCE non ha mai fatto mistero, sottolineando a più riprese la necessità di riforme strutturali da parte dei paesi membri. Solo una politica fiscale coerente con gli impulsi di politica monetaria può porre le basi per un consolidamento della crescita. Sarebbe bene che gli organi esecutivi dell’Eurozona si trasformino da custodi dei vincoli contabili in forze propulsive per la ripresa. Per ora, manca una visione di politica economica. E, come direbbe Battiato, nelle cadute c’è il perché della sua assenza…

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