I limiti dell’illimitatezza

I limiti dell’illimitatezza

La condizione umana è circoscritta entro limiti, frontiere e confini che vengono spesso interpretati come blocchi difensivi od ostacoli oltre i quali non ci si può spingere. Tuttavia, l’etimologia della parola confine - dal latino “cum finis” - indica sia ciò che divide sia ciò che unisce. A sua volta, “la frontiera non isola, filtra. Le frontiere per quanto arbitrarie possano essere sono indispensabili per ritrovare l’identità necessaria allo scambio con l’altro.” 

 

Partendo da questa considerazione, il filosofo Serge Latouche nel suo libro “Limite” analizza l’attuale situazione economica, politica, sociale e culturale attraverso il concetto del limite in questi diversi campi.

Storicamente, l’idea del “limes” è nata nella geopolitica dalla necessità di tracciare dei limiti territoriali, in seguito alla sedentarizzazione della rivoluzione neolitica. Secondo la teoria delle frontiere naturali, gli insediamenti dei gruppi umani e la loro organizzazione venivano definiti da fattori fisici come montagne, fiumi o oceani, un tempo difficili da superare. A partire dalle esplorazioni del 1400, attraverso il periodo coloniale e poi neo-coloniale, fino ai viaggi sulla Luna, si è affermata la dismisura o “hybris” dell’uomo moderno. La sua costante insoddisfazione unita ad un’insaziabile brama di possesso si è manifestata soprattutto con la globalizzazione, età in cui l’Occidente ha instillato il culto dell’illimitatezza, compromettendo l’equilibrio dei precedenti atavici limiti culturali, politici ed economici.

Diverse identità socio-culturali sono state soffocate dal modello universalistico occidentale, e anche l’identità propriamente politica, collegata ad esse, è stata compromessa. Quest’ultima infatti ha perso il suo primigenio aspetto “comunitario”, ed è stata sempre più ridotta all’identificazione nazionale, nonostante oggi anche il concetto di Stato-Nazione si stia avviando verso il declino, a causa dalla "fagocitazione” della sfera politica da parte di quella economica.

Prendendo in considerazione l’aspetto economico, la critica principale mossa dal Movimento della Decrescita Felice di Latouche al sistema capitalistico odierno riguarda l’insostenibilità di una “crescita infinita in un mondo finito”.  Se i limiti geografici, culturali, politici ed economici sono stati in qualche modo trascurati, è impossibile ignorare anche il limite ecologico. È vero che siamo entrati nell’Antropocene, l’era in cui l’uomo si è trasformato in una potenza tellurica in grado di interferire coi grandi cicli della natura, ma quello che stiamo distruggendo non è il pianeta, al quale non siamo affatto indispensabili, bensì l’ecosistema e la nostra possibilità di sopravviverci. La prima legge della termodinamica afferma che “nulla si crea e nulla si distrugge”; ma la rigenerazione spontanea non può seguire un ritmo forsennato e la materia, diversamente dall’energia, non è mai riciclabile interamente. Già oggi la Terra non è più sufficiente a sostenere il nostro tenore di vita e secondo i calcoli di Fançois Schneider servirebbero dodici pianeti per mantenerlo a lungo termine.

“La catastrofe è già tra noi” sentenzia Latouche, spiegando che stiamo vivendo la sesta estinzione delle specie, nella quale tra le 50-200 specie che scompaiono ogni giorno potrebbe esserci anche la nostra. Ad ogni modo, anche assumendo posizioni meno radicali, l’aspetto più sconcertante è la consapevolezza ormai diffusa ma ignorata di questa situazione.

Si dice che i limiti della conoscenza costituiscano i limiti della nostra capacità di agire, ma, in questo caso, si tratta di un serio problema di assenza di limiti morali.

Per il movimento della Decrescita felice, è il momento di riscoprire il senso della misura e dell’autolimitazione, in tutti i campi menzionati. Questo non significa che dobbiamo rinunciare all’idea del progresso. Al contrario, i limiti sono in una certa misura arbitrari, costruttivi e non coercitivi, perché “le frontiere, che sono necessarie tra le culture, tra i popoli, tra le economie, tra gli uomini, possono comunque essere spostate nel tempo dalle generazioni successive, che avranno constatato le imperfezioni e le ingiustizie di norme arbitrariamente decise dalle generazioni precedenti.”

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