Museo, un luogo per tutti ma non per i visitatori-massa

Museo, un luogo per tutti ma non per i visitatori-massa

Più delle impressioni collettive sono importanti le sensazioni e le riflessioni che l’opera d’arte suscita in ciascuno dei fruitori

 

Il patrimonio artistico italiano? Si è soliti dire, è il più grande del mondo e il meno valorizzato. Di certo è generalmente riconosciuta la necessità di adottare prospettive a lungo termine e scelte strategiche strutturali per ottenere una reale generazione di valore dall’immenso patrimonio artistico, sia pubblico sia privato, del nostro Paese. Ma non bisogna dimenticare che lo scopo, ossia il senso di qualsiasi opera d’arte e di ogni esperienza culturale in generale, è quello di arricchire la persona, di farle scoprire qualcosa di nuovo.

Una cattedrale, una scultura, un bassorilievo, una tela possono avere in comune il periodo storico di realizzazione, lo stile artistico, o anche lo stesso autore, ma ciò che le rende universali ed eterne è il messaggio che queste opere sono in grado di veicolare, il significato ulteriore a cui rimandano e che si traduce nella loro capacità di evocare sensazioni e riflessioni, in ogni individuo diverse ed autentiche.

Anche la visita al museo dovrebbe essere concepita come una sorta di viaggio, un percorso che consenta la personale rielaborazione ed appropriazione, da parte del visitatore, di idee e sensazioni che l’ambiente in cui è immerso gli suscita. In questo senso, il valore culturale di un museo non può essere valutato in base al numero di biglietti d’ingresso staccati, come ad esempio accade in occasione di una esposizione temporanea: bisognerebbe verificare quante tra quelle persone che entrano ne escano poi veramente arricchite di una esperienza in più nel loro bagaglio culturale.

Purtroppo viviamo in un’epoca in cui non si è più abituati a riflettere individualmente o ad elaborare intimamente ciò che ci accade. Basti pensare al fatto che ormai la maggior parte dei bambini viene a contatto prima con un dispositivo digitale, come il computer o il cellulare, piuttosto che con un buon libro o un quotidiano cartaceo: ogni tipo di informazione è subito a portata di mano, e questo incide sulla vivacità intellettuale.

Il collegamento tra l’esperienza al museo e questa mancanza di sufficiente metabolizzazione interiore di ciò che viviamo ogni giorno può essere rappresentato efficacemente con la metafora dell’uomo e della gallina. Chiunque probabilmente si scandalizzerebbe alla vista di un museo pieno di galline: il punto è che anche la gallina, come qualsiasi persona in un museo, vede ed osserva gli oggetti che le sono intorno, ma la sua esperienza lì si conclude. La persona invece ha la possibilità di andare oltre, cogliendo il significato profondo dell’esperienza che sta vivendo. 

Se però la persona è l’individuo-massa, come la gallina non riesce ad andare al di là di ciò che vede, perché non è abituato a farlo, o perché semplicemente non ne sente la necessità. Ma paragonare l’individuo alla gallina è svilirne la sua natura: l’uomo ha la capacità di ragionare e si interroga sul senso delle cose. Ognuno di noi deve rappresentare l’eccezione che si distingue dalla massa.

L’obiettivo dovrebbe essere pertanto far diminuire il numero di “galline” all’interno dei musei e far aumentare quello degli “uomini”, o meglio, fuor di metafora, ostacolare la massificazione della società e valorizzare il singolo. Nei musei non si fa parte di un pubblico -  come lo si può essere per esempio in una platea a teatro - che vive nello stesso momento la medesima esperienza catartica collettiva: certamente è piacevole commentare un’opera d’arte esposta con qualche altro visitatore, ma il messaggio che essa comunica a ciascuno è differente ed esclusivamente personale, “tanto è vero – scrive un ironico Alan Bennet in ‘Una visita guidata’ - che quando l’esperienza della visione di un dipinto viene trasformata in un evento collettivo - come accade con ad esempio con “La ronda di notte” di Rembrandt al Rijksmuseum di Amsterdam - ho la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato (anche se potersi sedere è un bel vantaggio)”.​

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