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Tecnologia e frontiere del diritto: a lezione dal prof. Rodotà

Tecnologia e frontiere del diritto: a lezione dal prof. Rodotà

Il prof. Stefano Rodotà, in occasione della prolusione da lui tenuta per l’a.a. 2015/2016, ha riflettuto insieme agli studenti della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tor Vergata sulle sfide che il progresso tecnologico pone al diritto.

L’intervento ha preso le mosse dall’esperienza di Norbert Wiener, padre della cibernetica moderna, che, con il suo L’uso inumano dell’essere umano, dà voce alla preoccupazione per un futuro in cui l’uomo è destinato a trascendersi e a superare i limiti della sua natura per approdare nel regno dell’ibrido e dell’artificiale, parafrasando il filosofo tedesco Günther Anders (il riferimento è al libro L’uomo è antiquato). È innegabile, sostiene Rodotà, che siamo di fronte a sistemi dotati di un’intelligenza superiore a quella umana, capaci di essere autonomi e di compiere scelte sottratte alla consapevolezza dell’uomo. E tra le molte posizioni che si possono prendere davanti a questo dato di fatto, il professore suggerisce una “preoccupazione sapiente”.

Il primo interrogativo che un giurista è chiamato a porsi è se un mondo così nuovo possa essere governato dai vecchi, cari principi della Rivoluzione francese; la risposta, affermativa, è fornita da una riflessione lucida e puntuale, innervata da una vigile attenzione alla persona. L’iter argomentativo parte dall’assunto che il progresso tecnologico migliora la qualità della vita e apre spazi inesplorati, tanto da parlare di un nuovo diritto fondamentale, quello alla tecnologia. Vale la pena ricordarsi, però, ammonisce il professore, che un diritto consta di due declinazioni della libertà: libertà di e libertà da, e qui si nasconde la risposta sui valori che devono informare il diritto. Il prof. Rodotà è fermo nel ribadire che oggi il diritto alla tecnologia inteso come libertà di accesso ai suoi prodotti non può essere scisso dal diritto a essere liberi dalla tecnologia, per evitare di portare alle estreme conseguenze una libertà morfologica che sempre più spesso si esercita anche sulle vite altrui. Ancora una volta, quindi, il valore della dignità della vita umana è il riferimento dell’impegno a difendere l’interesse a ricevere i benefici di pratiche tecnologiche all’avanguardia, tutelando contemporaneamente la persona da indebite intrusioni.

Un altro tema affrontato da Rodotà è quello dello human enhancement, cioè della possibilità di potenziare la persona umana. Chi potrà accedere a questi servizi? Vi sarà una distribuzione su base egualitaria oppure avanziamo con passo deciso verso una società castale, in cui è più intelligente chi ha potuto comprarsi questa possibilità? È un quesito non trascurabile, dalla cui risposta dipende la sorte di un altro valore rivoluzionario, posto alla base della modernità giuridica: l’uguaglianza. La diversità dell’intelligenza quando è naturale è accettabile, ma non lo è più nel momento in cui è il denaro a vestire i panni della natura. L’uguaglianza, infatti, non può mai essere degradata, a meno che non ci assumiamo il rischio, e la responsabilità, di trovare un valore altrettanto universale che possa sostituirla come base dell’equilibrio della comunità sociale.

L’avanzata della tecnologia pone un problema di identità: il concetto di persona oggi non può fare a meno del suo corpo virtuale, con un passaggio da Cartesio a Google, come il professore sintetizza icasticamente. Se è vero che noi siamo i padroni della nostra identità, a noi deve spettare il potere di decostruirla quando vogliamo: da questa esigenza insopprimibile nascono le sentenze della Corte di Giustizia europea sul diritto all’oblio.

Il professore, concludendo, mette in guardia dal rischio maggiore: la deresponsabilizzazione. Il progresso, con le sue promesse di facili, veloci e perfette soluzioni, spesso lascia assaporare all’uomo la possibilità di dimenticare i problemi cui è chiamato a rispondere. La verità, però, è che non tutti i problemi dell’umano sono risolvibili dalla tecnologia.

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