Ue, l’idea federale di William Penn vecchia di oltre tre secoli

Ue, l’idea federale di William Penn vecchia di oltre tre secoli

Voto ponderato e cessione della sovranità, i nodi da sciogliere oggi come allora

 

Pensare che non molto tempo fa sono stati celebrati i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma può ingannare. Tale ricorrenza, in effetti, potrebbe indurci a credere che l’idea di una Unione Europea sia relativamente recente, quasi il prodotto esclusivo del ‘900 e delle due guerre mondiali che misero a ferro e fuoco l’Europa. Ma, ben lungi dall’essere un’idea recente o contemporanea – nel senso “storiografico” del termine – il progetto di un’unificazione politica a livello europeo affonda le sue radici nel corso della storia moderna. A partire dalla crisi dei due poteri universali (Papato e Impero) collocabile verosimilmente tra il XIV e il XV secolo, e parallelamente al conseguente affermarsi dei primi Stati nazionali, diversi sono stati i progetti di unificazione - in nome di un’antica Res publica christiana - del Vecchio Continente. Si potrebbe ricordare, ad esempio, il tentativo dell’imperatore Carlo V, la cui ambizione frustrata lo indusse ad abdicare nel 1559.

 

 

Ma ancor più quello che scrive nel 1693 William Penn, il fondatore della colonia britannica della Pennsylvania: “An essay towards the Present e the Future Peace of Europe, by Establishment of an European Diet, Parliament or Estates”.

“Gli uomini dovrebbero essere statue di bronzo o di pietra per non provare compassione per un’Europa dilaniata dalla guerra” ed è proprio per questo che – come Penn stesso ammette – l’opera in questione nasce “dai suoi preoccupati pensieri intorno all’Europa”. L’input principale all’elaborazione di questo “trattatello” è dunque una profonda esigenza di pace e, in tal senso, esso si collega ad un’opera filosofica di un secolo dopo come “Per la pace perpetua” di Kant. Il tentativo di costituire un organismo politico europeo viene affrontato da Penn con grande passione, ma anche con tutta l’ingenuità che accompagna un progetto acerbo e tra i primi nel suo genere e, per questo, s’infrange per esempio sulla trattazione di un problema spinoso come quello della sovranità.

La costituzione di una federazione di Stati implica la cessione di una parte della propria sovranità? Se così fosse - e noi sappiamo che è effettivamente così - per quale motivo uno Stato dovrebbe aderire a tale organismo comunitario? La risposta di Penn, a tal proposito, non è del tutto adeguata, ma è comunque abbastanza originale per i tempi e possiamo esplicitarla – pur semplificandola – in questo modo: ogni Stato al suo interno non perde alcun potere e quindi mantiene la sua sovranità. Un altro elemento di estrema originalità inoltre è l’apertura di Penn nei confronti della Russia e della Turchia che, se volessero, potrebbero aderire a questa “Lega europea”.

Andando più nello specifico, rispolverando la IV sezione della sua opera dal titolo “Su una pace generale ovvero sulla pace in Europa e sui mezzi per raggiungerla”, il progetto di Penn si può esprimere in questi termini:

 “Ora, se i principi sovrani d’Europa (…) volessero (…) convenire per incontrarsi, rappresentati dai loro delegati, in una Dieta universale, in Stati generali o in Parlamento, e se stabilissero, in questo incontro, regole di giustizia che ogni principe sarebbe tenuto a osservare; se convenissero di riunirsi ogni anno, o almeno una volta ogni due o tre anni, ovvero ogni qualvolta ne ravvisassero la necessità; e formalmente convenissero di chiamare loro sovrano questa Dieta imperiale, Parlamento o Stato d’Europa; se, infine, convenissero di portare al cospetto di questa sovrana assemblea tutte le divergenze pendenti fra uno Stato sovrano e l’altro (…); ebbene, allora certamente l’Europa otterrebbe finalmente la pace tanto agognata e tanto necessaria per i suoi tormentati abitanti”.

In più occasioni, il padre della Pennsylvania evidenzia la bonarietà di questa sua idea federale: essa non viene mai presentata come un sistematico progetto politico e la sua realizzazione viene demandata a principi e a uomini politici dotati di maggior poteri e competenze. A dispetto di ciò, tuttavia, l’analisi di Penn si spinge abbastanza in profondità e delinea anche regole specifiche per organizzarne il funzionamento. In primo luogo, oltre ad individuare nel latino o nel francese la lingua ufficiale di tale organismo comunitario, viene ipotizzato un preciso criterio di rappresentanza: il numero dei rappresentanti è preferibile che dipenda dalla capacità economica dei singoli Stati piuttosto che dall’ampiezza demografica e quindi alla Francia e all’impero potrebbero essere assegnati 10 delegati, alla Spagna e all’Italia 8, a Venezia 3 e così via.

In secondo luogo, nessuno Stato potrà avvalersi del diritto di astensione, la votazione dovrà avvenire a scrutinio segreto – per limitare la corruzione - e la sede dovrebbe essere al centro dell’Europa. Penn si sofferma anche su un’altra serie di questioni, se vogliamo, meno serie eppure emblematiche per l’epoca in cui quest’opera viene realizzata ed in tal senso va letto il suggerimento dell’autore a riunirsi in una sala circolare che consta di diverse entrate (al fine di evitare problemi di precedenze e simili).

Ben lungi dall’essere l’idea suggestiva di un uomo seicentesco stanco delle tante guerre che hanno dilaniato e che continuano a dilaniare l’Europa, quest’opera ha una precisa e concreta ambizione politica: Penn è convinto sia della sua necessità storica, sia della sua praticabilità. Nel primo caso, l’autore offre un parallelismo – ed è evidente quindi l’influenza del contrattualismo e del John Locke dei Due trattati sul governo - tra l’esigenza di cedere il proprio diritto ad essere “re di se stesso”, che induce l’uomo ad entrare in società, e il bisogno di aderire a questa lega europea per superare il coevo stato di anarchia internazionale. Nel secondo caso, pur sperando che sia la Gran Bretagna a farsi carico di questa missione, invita gli scettici a ripensare all’esperienza storica delle Province Unite studiata a lungo da William Temple.

Le ultime due sezioni dell’opera trattano nel dettaglio e, non senza osservazioni che oggi ci farebbero sorridere, le obiezioni alla realizzazione di questo progetto federale e soprattutto i suoi vantaggi. Per quanto riguarda i primi fattori è ovvio che molteplici potrebbero essere le opposizioni: non si capisce perché lo Stato più forte presente sul continente dovrebbe aderire a questa Lega, si ci preoccupa del “rammollimento” cui vanno incontro gli Stati membri che – stante la pace - non avranno più interesse ad addestrare i propri uomini e della perdita di posti di lavoro in questo ambito. Le risposte di Penn sono efficaci e brillanti: nessuno Stato da solo sarà mai forte quanto tutti gli altri messi insieme; lo Stato è libero al suo interno di mantenere una forte disciplina e ci saranno molti più mercanti e agricoltori.

Di diversa indole è invece l’elencazione – con cui si chiude il trattato - convinta e appassionata dei vantaggi che la Dieta europea sicuramente provocherebbe: permetterebbe ai principi di fare il proprio dovere ovvero salvaguardare il benessere dei propri sudditi (della cui sopravvivenza i principi sono responsabili di fronte Dio); darebbe nuova credibilità all’immagine di un’Europa che, pur spacciandosi per cristianissima, continua a produrre i più atroci spargimenti di sangue; garantirebbe un notevole risparmio di denaro mediante l’eliminazione delle ambasciate o dei costi per il mantenimento di un esercito stabile o delle pensioni alle vedove dei militari; tutelerebbe le città europee (già ampiamente distrutte nei secoli passati); renderebbe sicura l’Europa e quindi agevolerebbe anche i viaggi a livello internazionale (e qui Penn si spinge a parlare di un salvacondotto che permette di viaggiare in tutta Europa pur essendo rilasciato in un preciso Stato europeo); darebbe più forza all’Europa nella sua lotta contro l’Impero ottomano; favorirebbe l’amicizia personale tra i principi, evitando anche che i legami tra i sovrani e le loro figlie (generalmente date in sposa a principi stranieri) si spezzino; permetterebbe ai principi di scegliersi le loro mogli da soli.

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