Roma riscopre Artemisia Gentileschi, l’artista barocca che amava dipingere le donne

Roma riscopre Artemisia Gentileschi, l’artista barocca che amava dipingere le donne

Circa cento le opere in mostra a Palazzo Braschi fino al prossimo 7 maggio

 

Protagonista indiscusso della scena artistica romana è il barocco in ogni sua forma più tesa, più espressiva e più ricca che mai altra città italiana del Seicento ha potuto vantare. Impresse nella memoria di questo periodo vi sono figure del calibro di Bernini, Borromini, Caravaggio e i fratelli Carracci che, pur esercitando influenze stilistiche diverse, riuscirono a contendersi importanti commissioni in tutta Europa.

Figlia di questo ambiente, e spesso non ricordata altrettanto significativamente, sembra essere invece Artemisia Gentileschi, a cui è dedicata la mostra romana, a Palazzo Braschi, che illustra la qualità di questa artista in un continuum di rapporti e scambi con i suoi contemporanei, ma anche con le città da lei visitate e vissute.

La mostra, in programma fino al 7 maggio, copre l’intero arco temporale della vicenda artistica di Artemisia, articolando il percorso con la presenza di quasi cento opere divise tra il primo periodo romano, Firenze, ancora Roma e infine Napoli, arricchito con un breve passaggio veneziano, così come con un’intensa parentesi londinese.

Ad aprire la mostra è una precoce Allegoria della pittura del 1608-1609 di una ancora poco più che quindicenne pittrice che si autoritrasse in un’attenta osservazione del proprio volto. Non vi è dubbio che il talento sia stato accompagnato all’epoca da un apprendistato artistico presso il padre Orazio che vantava una discreta e ricca clientela, ancora attratta dal classicismo delle forme proposte. L’opera che, però, rese celebre Artemisia fu Susanna e i Vecchioni, tema che sarà una costante nella sua produzione anche dopo lo scandalo. La romanzata biografia, infatti, ricorda che il 6 maggio 1611, Artemisia subì violenza da parte di un collega del padre Agostino Tassi che continuò per nove mesi ad avere con lei rapporti intimi promettendole un matrimonio riparatore: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”. Il 27 novembre 1612 Tassi fu riconosciuto colpevole per aver deflorato Artemisia con bando dalla città per cinque anni. Il padre per nascondere la vergogna di un simile episodio decise così di darla in sposa al fiorentino Pierantonio Stattesi. Un riflesso di questa vicenda è stato visto nella Giuditta e Oloferne, soggetto riprendente la storia dell’eroina ebrea che aveva liberato la città di Betulia decapitando il generale.

Il trasferimento a Firenze fu fondamentale per l’affermazione dell’artista che trovò in Cosimo II de’ Medici un abile mecenate interessato alla pittura di Manfredi, Caracciolo e Cavarozzi oltre che a letterati e scienziati del calibro di Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti il Giovane per il quale realizzò l’opera L’Inclinazione. In questo periodo ebbe modo di entrare presso l’Accademia del Disegno di Firenze in rappresentanza delle “quote rosa” così poco gradite in un ambiente di dominanza maschile, pur non mancando in nulla per talento. Francesco Furini e Cristofano Allori, esperti in pittura di quella “poetica degli affetti” strettamente legata all’interpretazione teatrale, furono un punto di riferimento importante per la sua crescita artistica:La Conversazione della Maddalena, Autoritratto come suonatrice di liuto del 1617, Giuditta che decapita Oloferne, sono solo alcune delle opere più famose dipinte a Firenze. Dal punto di vista sentimentale, amore indiscusso della sua vita lo è stato l’aristocratico fiorentino Francesco Maria Maringhi con il quale intrattenne un intenso rapporto epistolare anche una volta rientrata a Roma. I numerosi debiti contratti con la famiglia Medici la costrinsero, infatti, a ritornare nella città natale con i due figli piccoli e il marito dove darà vita ad un proprio studio di pittura e ritrattistica ormai manierista. Ritratto di un gonfaloniere, Ritratto di un gentiluomo sono motivo di maturità della pittrice che su commissione realizza spesso anche delle provocanti Giuditte, Susanne, Lucrezie e Cleopatre di una femminilità diversa con contrasti chiaroscurali di natura prebarocca. Le sperimentazioni romane portarono Artemisia nel 1626 nella multietnica e anfibia Venezia di cui ancora poche sono le notizie. Dopo questa breve parentesi, Artemisia di trasferì a Napoli dove le era stata promessa protezione dal viceré, il duca di Alcalà, già suo committente e collezionista a Roma. Le opere partenopee rappresentano l’ultimo passaggio della produzione di Artemisia dove si trovò fin da subito sia in competizione con Massimo Stanzione e Finoglio, sia stringendo una lunga collaborazione con Onofrio Palumbo. Opera a due mani probabile è Il trionfo di Galatea, dove il candore latteo, le forme sode e ben definite di Galatea si stagliano sul mantello blu notte mosso dal vento e seduta su una conchiglia trainata da due delfini. In questo quadro si denota la riuscita commistione tra il rigore classicista dell’arte paterna e il caravaggismo con i suoi accenti drammatici, le tonalità cupe e i gesti teatrali tipici di quella cultura del “recitar cantando” maturata con l’Orfeo e Euridice sulle musiche di Pavel. Ultima ma non meno importante è la collaborazione con il padre presso la dimora reale di Greenwich dove stava realizzando degli affreschi a servizio di Carlo I e la moglie Enrichetta Maria.

 

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia la pittura” è ciò che Roberto Longhi ha sostenuto parlando della figura di Artemisia Gentileschi: nonostante il tono denigratorio, aiuta a comprendere il ruolo eccezionale rivestito da una donna la cui emancipazione è avvenuta attraverso il riconoscimento del talento artistico. Nei suoi quadri si assiste ad un vero capovolgimento irruento dei ruoli, dove la rivendicazione femminile avviene attraverso l’arte silenziosamente gridata quasi esortando al cambiamento, alla fiducia e al coraggio di affrontare la vita e i talenti a prescindere dalla propria natura: “all’aco e al fuso preferì toccalapis e il pennello”.

Share this article

Panorama per i giovani

Cultura, economia, formazione, politica e scienza. E un occhio sempre attento alle bellezze, alle opportunità, alle sfide con le quali si confrontano giovani che vivono a Roma gli anni della formazione universitaria.

 

Una rivista on line, interamente realizzata dagli allievi del Collegio "Lamaro Pozzani", che cerca di partire da quello che ci interessa oggi per anticipare ciò che conterà domani.

Ultimi articoli