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Conoscere l’Universo per conoscere me stesso

Conoscere l’Universo per conoscere me stesso

Il mistero ci affascina, ci turba, ci annichilisce. Ci attrae l’idea di sondare l’insondabile.

La recente scoperta di Kepler-452b, da molti ribattezzato “il pianeta gemello della Terra”, lontano 1400 anni luce e potenzialmente idoneo ad ospitare la vita, riapre interrogativi ancestrali, tra scenari apocalittici e dubbi esistenziali che riaffiorano nella nostra coscienza.

Non è semplice inserire l’uomo in un contesto cosmico. Ci hanno provato poeti, filosofi e scienziati a cominciare da Esiodo fino a Hubble, coerentemente con le correnti di pensiero che hanno attraversato la storia dell’umanità.

L’uomo ha visto progressivamente decentrare la sua collocazione nello Spazio, fino a trovarsi nella remota periferia di una galassia ai margini dell’Universo. Ha visto crollare l’idea di un posto stabile al centro degli abissi oscuri e ogni sua certezza si è rivelata una momentanea illusione: alla dolorosa constatazione che la Terra non è un corpo fisso è seguita la scoperta che anche il Sole ha un moto di rivoluzione (intorno al centro della Galassia si muove alla velocità media di 220 km al secondo, mica si scherza). Le galassie, a loro volta, si respingono e si scontrano, corrono verso l’infinito e non si capisce la logica di tutta questa frenesia. Diceva Einstein che la cosa più incomprensibile dell’Universo è provare a immaginarlo comprensibile.

Il mistero ci affascina, ci turba, ci annichilisce in un senso di smarrimento e risveglia in noi l’idea di sublime descritta da Kant. Lo stesso Kant è fra i primi a riconoscere (in un contesto culturale illuministicamente antropocentrico) l’insoddisfazione dell’uomo riguardo al suo essere, il desiderio di completezza spirituale, umilmente conscio dei limiti che contraddistinguono l’essere umano e che accendono in lui la brama d’infinito. Un infinito rigorosamente noumenico, inaccessibile e indimostrabile. È sempre Kant che “scommette” sulla presenza di altri esseri viventi nello Spazio (ma questo l’aveva già fatto Bruno duecento anni prima).

Noi non ne sappiamo più di loro. Intorno ai miliardi di stelle dell’universo è pressoché certo che molti pianeti sconosciuti presentino condizioni favorevoli alla vita. Ma quanto progredita sia questa vita e in quali forme si presenti, resterà a lungo un dilemma insolvibile. Per molti anni dovremo soddisfare la nostra fantasia con Asimov, Stanislaw Lem e il cinema fantascientifico.

E se l’assurda immensità in cui siamo inconsapevolmente immersi servisse non tanto a capire la realtà esteriore, quanto a meglio interrogarci su noi stessi? “Me prius scruto, deinde hunc mundum”, diceva Seneca.

Nel ’66 Pasolini diresse un cortometraggio con Totò, Ninetto Davoli e Silvana Mangano intitolato La Terra vista dalla Luna. In quest’opera traspare l’insensatezza dei nostri affanni quotidiani, delle piccole o grandi congetture che ci tormentano e che vengono svilite da un confronto con quelle che Battiato chiamerà “le meccaniche celesti”. Perfino il disincantato Pasolini (forse proprio in virtù del suo disincanto) sembra dirci che la nostra condizione vitale appare misera se osservata con gli occhi della materialità e che il nostro corpo, con tutte le convenzioni che lo circondano, è nulla se paragonato ai corpi che da tempo immemorabile vagano nell’Universo.

Possiamo credere in un’anima in grado di inalberarsi al di là del finito, confidare nel disegno divino tracciato da una Intelligenza suprema oppure limitarci a credere in ciò che è tangibile e dimostrabile. Comunque la pensiamo, nessuno di noi è insensibile al desiderio (per l’appunto de-sidera…) di oltrepassare le colonne d’Ercole che la dimensione umana ci impedisce di varcare. Siamo tutti attratti dall’idea di sondare l’insondabile.

Se proviamo ad andare oltre il “mare di nebbia” che circonda il viandante del quadro di Friederich e ci sforziamo di superare gli “interminati spazi e sovrumani silenzi” cantati da Leopardi, lontano dalla Via Lattea e dai buchi neri, potremmo arrivare a contemplare (almeno a immaginare) un quasar. Al suo cospetto, la prima cosa che notiamo è l’enormità incomprensibile dei numeri. Un quasar emette in un secondo tanta energia quanta ne emette il sole in centomila anni; ha una luminosità paragonabile a quella di più di cento galassie e potrebbe incenerire la Terra da una distanza incalcolabile.

Tutto questo è lontano, invisibile. Ma noi siamo parte integrante di tutto questo. E se esaminiamo noi stessi, ci rendiamo conto che siamo fatti degli stessi elementi dell’universo. In noi ci sono milioni di miliardi di atomi figli del Big Bang. L’immensità è anche dentro di noi. Anzi, la nostra immensità si trova in mezzo all’immensamente piccolo e all’immensamente grande. L’astronomia può farci riflettere sul fatto che nel’uomo coesistono miseria e magnificenza, finitudine e infinità.

I risvolti etici dello studio astronomico non sono certo irrilevanti.

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