Barriere mentali, muri reali

Barriere mentali, muri reali

In un mondo che crediamo globalizzato decine di muri solcano i confini e altri sono in costruzione.

 

Nell’immaginario collettivo la caduta del muro di Berlino rappresenta ancora oggi un punto di svolta definitivo, un passo avanti decisivo verso la libertà e la globalizzazione. Dopo una rapida occhiata alle cartine geografiche emerge chiaramente che ad essere globalizzati, oggi, sono proprio i “muri”. Più di 45 punteggiano il pianeta, da est a ovest, da nord a sud.

Una buona parte delle barriere più rilevanti è nata dopo il 1989, con un preoccupante aumento negli anni 2000. La recinzione in costruzione tra Ungheria e Serbia, per volontà del governo Orbán, è solo l’ultima di una lunga serie. Obiettivo primario di queste strutture è quasi sempre arrestare i flussi migratori indesiderati. In altri casi si separano Paesi in conflitto o si delimitano aree a rischio terrorismo.

La stessa Europa non è esente dal fenomeno. In Medio Oriente spicca la barriera di 730 chilometri tra Israele e Territori Palestinesi, ma molti altri Paesi hanno adottato la stessa soluzione, dall’Asia all’Africa. A stupire maggiormente, forse, è il muro di Tijuana, che dal 1994 solca un lungo tratto del confine tra Stati Uniti e Messico. E ogni “muro” racconta storie di esclusione, di conflitto, di morte.

Il 13 giugno in Piazza San Pietro Papa Francesco raccomandava agli scout: “con la società fare ponti, fare ponti in questa società dove c'è l'abitudine di far muri, voi fate ponti, per favore". Risulta difficile non concordare con il Pontefice, che delinea con chiarezza una realtà ormai indiscutibile: il mondo che viviamo è sempre più frazionato, in un processo di “recessione della globalizzazione”, considerata dal punto di vista sociale e politico. Mentre i mercati continuano ad espandersi e le singole realtà economico-finanziarie risultano sempre più interdipendenti, i popoli sembrano vivere un periodo di graduale chiusura verso l’esterno, con evidenti ricadute sulle politiche dei governi. Obiettivo primario dei Paesi sviluppati sembra essere la protezione degli interessi locali, in un pericoloso processo di nazionalismo di ritorno, dettato dal timore di fenomeni considerati altamente destabilizzanti. I flussi migratori, a volte indirettamente causati dalla storica condotta degli stessi Stati di arrivo, diventano, così, una temibile minaccia alla stabilità e alla sicurezza nazionale. In un’ottica di questo genere, timorosa e di prospettive ridotte, la logica dell’inclusione lascia spazio ad un mero istinto protettivo, di cui il muro è l’espressione più evidente. Un “muro” difficile da abbattere, perché sempre più radicato nella cittadinanza, che nel timore di perdere ciò che ha, preferisce perdere ciò che è, la sua identità, la sua umanità. Così, ad esempio, il Vecchio Continente tira su il “ponte levatoio” sul Mar Mediterraneo, a tratti simile a un fossato che costeggia un lungo muro, a difesa della “Fortezza Europa”.

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