Ibadismo e Oman: la terza via dell’islam e il ruolo di mediatore

Ibadismo e Oman: la terza via dell’islam e il ruolo di mediatore

Interpretare le guerre in Medioriente in chiave religiosa risulterebbe eccessivamente superficiale. Tuttavia, la moderazione della fede ibadita del 75% della popolazione dell’Oman è sicuramente rilevante per il ruolo di mediatore che il Sultanato spesso assume.

 

Sebbene interpretare le varie guerre in Medioriente come una semplice lotta fratricida tra sunniti e sciiti possa risultare eccessivamente banale e superficiale[1], resta comunque indubbio che negli scontri in corso in Yemen, Iraq e Siria siano sempre coinvolti (più o meno direttamente) l’Arabia Saudita sunnita, custode delle città sante dell’islam, e l’Iran, Paese sciita per antonomasia. In mezzo a questi due potenti attori regionali si inserisce, sia dottrinalmente che diplomaticamente, il Sultanato dell’Oman.

Il 75% dei cittadini dell’Oman è ibadita[2], pertanto essi non possono essere considerati né sunniti né sciiti; piuttosto, la loro origine va ricercata agli albori dello scontro tra le altre due correnti e per questo motivo rappresenterebbero la terza via dell’islam. Nel primo secolo dell’egira, non senza un’accezione lievemente peggiorativa che andava a sottolineare le loro tendenze scismatiche, essi venivano chiamati kharigiti (dall’arabo khārij, plurale: khawārij), letteralmente “coloro che escono[3]”.

Nonostante la comunità ibadita venga generalmente rappresentata come pacifica e moderata, i primi kharigiti risultavano molto più radicali. Inizialmente sostenitori delle pretese di Alì al califfato[4], ne presero le distanze quando egli decise di non combattere ma di scendere a compromessi con la controparte sunnita – anche se all’epoca non si doveva ancora avere la consapevolezza di una distinzione così marcata tra le due principali correnti islamiche. A questa predilezione per la lotta armata accompagnarono una concezione dell’autorità molto particolare: in una sorta di democrazia ante litteram – almeno per quanto riguarda la tradizione araba – la guida della comunità veniva eletta in base alle sue qualità di buon musulmano e non acquisiva legittimità solo grazie alla sua ascendenza dinastica.

Venendo sconfitti più volte sul campo di battaglia, i kharigiti furono costretti a disperdersi e si frammentarono in numerose sette, delle quali l’unica sopravvissuta fino ad oggi è per l’appunto quella ibadita, chiamata così dal nome del fondatore Abdallah ibn Ibad. Quest’ultima rappresentava probabilmente la corrente più moderata del kharigismo, in quanto (tra le sue altre peculiarità) rinuncia all’assassinio politico e ad ogni forma di terrorismo, accetta i matrimoni misti con gli altri musulmani e afferma la natura creata del Corano – permettendone così un’interpretazione allegorica e non letterale. L’Oman è l’unico paese dove gli ibaditi si trovano in maggioranza rispetto alle altre confessioni, ma ne esistono alcune piccole comunità anche in Algeria, in Libia, sull’isola di Gerba in Tunisia e a Zanzibar[5].

Quanto sarebbe riduttivo considerare la “competizione” tra Iran e Arabia Saudita come un atavico scontro tra sciiti e sunniti, tanto sarebbe superficiale analizzare la politica estera dell’Oman solamente in chiave della confessione professata da tre quarti della sua popolazione. Fatto sta, tuttavia, che il Sultanato ha finora dimostrato un’estrema elasticità diplomatica, la quale lo ha portato sia a ricoprire un ruolo centrale nel riavvicinamento tra Stati Uniti e Iran in vista dell’accordo sul nucleare firmato a Losanna il 2 aprile 2015, che a prendere una posizione eterodossa all’interno del Consiglio di cooperazione del golfo, non seguendo l’Arabia Saudita nella sua linea intransigente nei confronti dell’Iran[6].

 

[1] Molto più lucida, per esempio, l’analisi del prof. Nicola Pedde fatta per l’Huffington Post in Lo scontro tra Arabia Saudita e Iran non è tra sciiti e sunniti: http://www.huffingtonpost.it/nicola-pedde/lo-scontro-tra-arabia-saudita-e-iran-non-e-tra-sciiti-e-sunniti_b_8924814.html .

[2] (ndr) Dati statistici tratti dal Cia World Factbook.

[3] A. Ventura, Confessioni scismatiche, eterodossie e nuove religioni sorte nell’islām, in G. Filoramo (ed.), Islām, 3° ed., Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 318.

[4] Per un’estrema sintesi dei fattori che hanno portato alla formazione della corrente sciita cfr. il nostro articolo Minoranze e neologismi del Siraq: https://panoramaperigiovani.it/it/politica-nazioni/minoranze-e-neologismi-del-siraq.html

[5] A. Ventura, op. cit., pp. 319-323.

[6] Cfr. G. Dentice, Oman, l’elettrone libero, in Limes, n° 5, maggio 2015, pp. 223-230.

 

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