La politica delle parole

La politica delle parole

 Spesso la politica strumentalizza le parole fino alla completa distorsione etimologica. Tra strategie di comunicazione e marketing elettorale, il nostro patrimonio storico-linguistico è a rischio.

 

 

“Le parole sono importanti!” strilla imbufalito Michele Apicella – alias Nanni Moretti – in  Palombella Rossa, redarguendo la malcapitata interlocutrice con la sentenza: “chi parla male pensa male”. In questo stravagante e prezioso film del 1989, il regista romano intuisce i pericoli insiti nel processo degenerativo del lessico comune, attribuendo ai media e alla politica un ruolo emblematico nella strumentalizzazione delle parole.

Naturalmente è legittimo e ragionevole che la comunicazione politica si evolva assecondando i mutamenti sociali e cercando di orientare l’elettorato con sempre maggiore efficacia e chiarezza; ma troppo spesso questo avviene mediante una esasperazione del linguaggio. In Italia abbiamo a lungo oscillato tra l’oscuro politichese, discendente diretto del latinorum manzoniano, e l’esterofilia di espressioni quali Fiscal Compact, Spending review, Moral suasion fino al recentissimo Jobs Act. Niente di male nell’usare l’inglese, per carità. Ma nel contesto (ahimè) linguisticamente arretrato in cui viviamo, etichettare in tal modo una legge o un programma di governo disorienta gran parte della cittadinanza, scoraggia l’approfondimento e l’interesse dell’uomo comune.

Lo stadio più recente a cui è giunta la comunicazione politica italiana è quello della semplificazione estrema del linguaggio. Uno degli esempi più calzanti è rappresentato dalla Buona scuola. Semplice. Immediato. Rassicurante.

Lontano anni luce lo stile forbito di Aldo Moro, chiusa la parentesi accademica di Mario Monti, tramontata la fascinazione per l’estetica vendoliana, domina una comunicazione verticale, che scende dai “piani alti” per dare spiegazioni immediatamente comprensibili al cittadino o, peggio, sale dalle viscere intrise di rabbia per parlare alla pancia della gente.

Tante, troppe parole si sono trasformate alterando il loro significato originale. Corriamo il rischio che la volgarizzazione di nobili parole conduca alla perdita di un pezzo di memoria collettiva. Allo stesso tempo, dilagano gli “ismi” utilizzati in senso dispregiativo, senza magari interrogarsi più sul significato del termine che li ha generati: populismo, buonismo, moralismo. Di altri termini si è persa la consapevolezza dell’origine: ricordo ancora che rimasi sconcertato quando nella primavera 2013, ultimando il programma di storia al liceo, scoprii la vicenda del Fronte dell’Uomo Qualunque. Altri ancora, infine, si sono affermati in questi ultimi anni: penso allo storytelling, cioè alla “narrazione” di un messaggio immediato e comprensibile in cui è facile immedesimarsi. Insomma: le parole, in politica, sono importanti. Impariamo ad usarle!

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