Sistema di Dublino: una gabbia

Sistema di Dublino: una gabbia

Il Regolamento di Dublino disciplina la gestione europea dei richiedenti asilo, ma necessita di una revisione.

Alla maggior parte di noi la parola “Dublino” ricorda immagini di un'affascinante capitale europea. Per migliaia di profughi rappresenta semplicemente un muro, una barriera che condiziona profondamente le vite e le prospettive future.

Entrato in vigore nel 1990, Il Regolamento di Dublino  disciplina l'accoglienza e l'esame delle domande dei richiedenti asilo che giungono sul territorio dell'Unione Europea. Più volte rivisitato, la sua ultima versione, il Reg. UE n. 604/2013, è entrata in vigore nel 2014. “Dublino III” presenta alcune novità, ma la struttura di fondo resta invariata. Ad essere competente per la concessione dello status di rifugiato è il Paese europeo sul cui territorio il richiedente è stato identificato per la prima volta. Due sono gli obiettivi primari: evitare che non ci sia nessuno Stato ad occuparsi di analizzare le domande e limitare il movimento dei profughi all'interno dell'Unione.

Ormai da tempo le Ong attive nel settore hanno espresso le loro perplessità verso un sistema che, a loro avviso, rappresenta un percorso a ostacoli per l'ottenimento della protezione e in vari casi non riesce a garantire la tutela dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo. Negli ultimi mesi anche l'Unhcr ha auspicato una revisione della regolamentazione, proponendo, intanto, delle deroghe per i rifugiati siriani.

In seguito al disastro del 19 aprile, in cui hanno perso la vita circa 800 persone, vari esponenti della politica italiana ed estera si sono espressi a favore del superamento di “Dublino III”. Non sono mancate le critiche al Consiglio Straordinario del 23 aprile, che non ha messo in discussione il Sistema di Dublino. Il 29 aprile il Parlamento di Strasburgo ha approvato a larga maggioranza una mozione per l'adozione di quote per la redistribuzione di chi ottiene tutela. Giorni prima la Cancelliera Angela Merkel si era già pronunciata a favore di un sistema basato su delle quote, denunciando che solo cinque Paesi, tra cui la Germania, si occupano dell'80% delle richieste. Nel mese di maggio la Commissione Europea ha presentato un progetto di gestione integrata dell'emergenza immigrazione che prevede questa soluzione. Mancano, però, solide basi giuridiche per imporre delle quote agli Stati membri, che in parte hanno dimostrato perplessità, se non vera e propria opposizione nei confronti dell’iniziativa. L’ostruzionismo di Paesi come Lettonia, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia ha portato, durante il turbolento vertice del 25-26 giugno, all’approvazione di un piano che non prevede, nella sostanza, l’obbligatorietà dell’accoglienza. Inoltre la Gran Bretagna, L’Irlanda, la Danimarca, l’Ungheria e la Bulgaria non prenderanno parte all’iniziativa grazie a trattati preesistenti o ad accordi più recenti.

Il Sistema di Dublino sembra resistere ad ogni tentativo di modifica strutturale. La stessa proposta della Commissione, inoltre, rappresenta solo una deroga dovuta a condizioni di emergenza e non sembra a lungo termine voler minare le basi del regolamento, di cui è comunque stata proposta una revisione per il 2016.   

Nonostante ciò, il fatto che  l'ultimo tentativo di modifica sia stato respinto da ventiquattro Paesi su ventotto non induce a grande ottimismo, come anche le dinamiche dell’ultimo vertice europeo.



 

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