Dove l’Arte, dove l’Amore

Dove l’Arte, dove l’Amore

Vent’anni di attività del Chiostro del Bramante, vent’anni gli occhi con cui guardarlo

 

Amore romantico, amore innocente, amore dissacrante e provocatorio, sensuale, travolgente. Amore che sfida il tempo e le regole, che annulla le convenzioni per lasciare spazio alle emozioni più forti, al desiderio di completarsi e al sogno di ritrovarsi, magari come un tempo, magari meglio di prima.

È questa la tematica con cui il Chiostro del Bramante festeggia i suoi vent’anni di impegno ed attività nel mondo dell’arte attraverso un progetto ambizioso e totalmente fuori dagli schemi: “Love. L’Arte Contemporanea incontra l’amore.” L’esposizione capitolina offre allo spettatore un’esperienza a 360 gradi che è possibile gustare accompagnati dalla voce di uno dei cinque personaggi scelti come audioguide del percorso, icone intramontabili dell’amore nelle sue più varie declinazioni: ed ecco David Bowie, John Lennon, Amy Winehouse, Coco Chanel e, per i nostalgici del mondo fatato firmato Disney, Lilli e il Vagabondo.

Quaranta opere di alcuni dei più importanti interpreti dell’arte contemporanea si susseguono in un’atmosfera volutamente kitsch, rosa e talvolta imprudentemente banalizzabile, che si impone in una doppia chiave di lettura: quella leggera e giocosa di un amore superficiale è infatti affiancata ad un profilo più riflessivo, ad un eros istintivo ed appassionato. L’arte – dice Danilo Eccher, curatore della mostra – è sempre una grande dichiarazione d’amore, anche quando questo presenta le smorfie orribili della violenza, della sopraffazione e della crudeltà non riesce a trattenere il brivido sotterraneo dell’emozione”.

All’inizio del percorso artistico è possibile ammirare il famosissimo quadrato “LOVE” di Robert Indiana, leader del movimento della Pop Art, opera che inneggia al surreale e all’astratto immersa in una cornice dicotomica, bizzarra ed altamente commerciale. Ad esso fa da contraltare la versione latina “Amor”, suddivisa nelle due parole inglesi “am” e “or”, rispettivamente interpretabili come dichiarazione di esistenza del singolo ed espressione del ragionevole dubbio umano. “Kiss” di Marc Quinn, opera scultorea in gesso bianco, introduce lo spettatore nel mondo sottile e delicato della disabilità: due amanti entrambi affetti da menomazioni sono mostrati dolcemente stretti in un abbraccio e colti nel magico momento del bacio. Ad introdurre il complesso scoglio dell’amore è Andy Warhol con “One Multicolored Marilyn”, opera del 1979-1986 ritraente il volto della diva colta nel suo magnetico fascino in un’immagine di innocente delicatezza unita ad intima perversione, che assurge a simbolo di una vita complicata e contrastata.

Si arriva quindi alla Infinity Mirrored Room di Yayoi Kusama dal titolo “All the Eternal Love I Have for the Pumpkins”, ospitata per la prima volta in Italia; percorrendo la stanza per parte della sua estensione l’osservatore più attento si lascerà sopraffare da un’immagine metaforica dell’amore per la quale come le zucche avvolgono gli spazi così il sentimento impregna di sé l’esistenza umana. Infatti, nelle ipotizzabili intenzioni dell’artista 86enne giapponese l’acronico paesaggio psichedelico in cui si è immersi riproduce la sensazione di smarrimento di cui un amore appena nato si fa propagatore. Si annullano così i confini tra reale e immaginario, allucinati dal mistero delle atmosfere mentali in cui le prospettive perdono di significato ed oggetti e personaggi fanno parte di un unico mondo ossessivo e fantastico.

L’arte dunque si spinge oltre, osando forse troppo. Per una mostra diventare multimediale e rientrare nell’illusorio universo dei social network è un’arma a doppio taglio: se da un lato si rende fruibile ad un pubblico più vasto dall’altro si espone al rischio di diventare scontata, di perdersi nella claustrofobica mediocrità di una foto postata e di un “mi piace” sul profilo di Facebook. “Dovremmo monetizzare questo nostro grande amore” cantano I Cani, criticando con un cinismo neanche troppo velato la retorica dell’io, “questa retorica del ventunesimo secolo”, afferma Niccolò Contessa, che “non comunica nulla se non autoaffermazione, autopromozione, autocelebrazione”.

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