Pluralismo religioso, il difficile percorso dell’Italia verso una società multiculturale

Pluralismo religioso, il difficile percorso dell’Italia verso una società multiculturale

Il rapporto tra culti e flussi migratori in un dibattito alla Sapienza

Il pluralismo religioso, ossia la compresenza in uno stesso territorio di più religioni, ha origine dall’immigrazione e, in piccola parte, dalle conversioni dei fedeli. Di certo, quante più religioni giungono dall’esterno, tanto più è facile che l’equilibrio preesistente ne venga turbato. Della diversità religiosa, e dell’impatto dei flussi migratori sulla società italiana e le sue tradizioni, si è discusso il 15 dicembre scorso, alla Sapienza, in occasione del workshop “Roma città plurale. Le religioni, il territorio, le ricerche”, organizzato nell’ambito del Master in Religioni e mediazione culturale del Dipartimento di Storia, Culture e Religioni, e coordinato da Paolo Naso, docente di Scienza Politica presso l’ateneo romano. Al centro del dibattito, la capacità italiana, e i suoi limiti, nell’accoglienza dei migranti e delle loro confessioni.

Per il professor Naso, il pluralismo religioso nel contesto italiano ha subito negli ultimi anni un cambiamento repentino nei numeri. E forse è proprio a questa rapida variazione delle dimensioni del fenomeno che si possono ricondurre alcune difficoltà a riconoscerlo, capirlo e metabolizzarlo senza traumi.

 È sicuramente utile distinguere due tipi di pluralismo: uno “vecchio”, relativo a un periodo storico precedente, e uno “nuovo”, ossia l’attualità degli studi. Il primo, in assenza di registrazioni dirette, si ricava da fonti terze. Nel nostro caso sono stati considerati i dati di un censimento del 1931, in cui emerge che il 99,6% della popolazione italiana era costituita da cattolici, con un restante 0,4% di non cattolici. In questo 0,4% si distinguevano un 53% di evangelici, un 30% di israeliti (terminologia utilizzata fino all’87, quando si comincia a utilizzare il termine “ebreo”) e un 6% di altre minoranze, con una percentuale di non appartenenti ad alcuna professione pari all’11%.

La nomenclatura di quel censimento comunica qualche elemento significativo della concezione della classe politica del tempo sulle differenti religioni presenti nel panorama italiano. Gli ortodossi erano detti greco-scismatici, mentre i musulmani erano chiamati maomettani e questa storpiatura era, con molte probabilità, volutamente dispregiativa. Le definizioni rispecchiano, infatti, l’assenza di un contatto effettivo e di un dialogo fecondo e scevro di pregiudizi con “il diverso”.

 Il “nuovo” pluralismo considera, invece, dati differenti: distingue tra persone che hanno la cittadinanza italiana e gli immigrati. Dei primi ci sono i dati del CESNUR (Center for Studies on New Religions), che, dopo gli italiani cattolici, in ordine di presenza numerica, classifica gli italiani ebrei, protestanti - ossia tutti quelli che si definiscono “riformati” - ed evangelici - si intende una diaspora di persone che afferisce a chiese carismatiche. A seguire compaiono anche italiani musulmani.

Per ogni macro-categoria citata, si tratta però di “un singolare plurale” (Garelli, Guizzardi, Pace, Un singolare pluralismo. Indagine sul pluralismo morale e religioso degli italiani, 2003) che, senza la debita considerazione delle differenze, rischia una semplificazione scivolosa quanto scorretta: esiste dunque il “cristiano”, che va dal cattolico al pentecostale, e l’ “Islam”, come blocco unico di tutte le sue sfaccettature dottrinali.

Per quanto riguarda gli immigrati, si scopre che più del 50% oggi è di religione cristiana; seguono i musulmani, con un certo 30%, e svariate minoranze (Fonte IDOS/Immigrazione Dossier Statistico - Confronti su dati di immigrati “registrati”). Il dato sulla pluralità religiosa è variato complessivamente dallo 0,4% all’8%, evidenziando un panorama non solo più ricco, ma anche più dinamico ed in cerca di risposte certe ed inclusive.

Come risponde l’Italia alle istanze del pluralismo religioso? Secondo il professor Naso, il nostro ordinamento non ha ancora gli strumenti adeguati per gestirlo, sebbene lo preveda e se ne occupi nella duplice forma delle intese con le confessioni religiose diverse dalla cattolica e del culto ammesso, oggi prevalente.  E anche l’articolo 19 della Costituzione (“Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individualmente o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”) rischia di apparire non più bastevole a dirimere la complessità delle nuove relazioni in un Paese che vuole essere multietnico e multiculturale.

Non a caso il professor naso ha parlato di un “muro di vetro” (Naso, Salvarani, Un cantiere senza progetto, 2012), ossia di quella barriera che impedisce una presa di coscienza risoluta e decisiva del fenomeno. E che va abbattuta per imparare ad interagire in una società plurireligiosa e matura.

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