Da prezioso combustibile a pericoloso contaminante

Da prezioso combustibile a pericoloso contaminante

Il petrolio sversato in mare può contaminare anche i fondali e da qui l’intera catena alimentare.

 

Quando si parla di sversamenti petroliferi, ci verranno subito alla mente le immagini di maree nere che dilagano sul pelo dell’acqua da petroliere in avaria, di uccelli invischiati in queste chiazze e di morie di pesci.

Lo scenario è se possibile ancora più complesso di questo. Infatti il miscuglio di specie chimiche dalle caratteristiche anche molto diverse quale è il petrolio grezzo, una volta disperso in mare non contamina solo l’acqua e la sua fauna.

Le componenti più leggere del petrolio volatilizzano e si disperdono in aria, altre frazioni possono solubilizzarsi in acqua e quindi disperdersi.

Solo le specie non solubili e meno dense dell’acqua galleggiano e formano le tristemente note macchie d’olio. Infine le specie più pesanti, come i bitumi e gli oli combustibili, si agglomerano a formare aggregati più densi dell’acqua, sprofondando così verso il fondale. E così, una risorsa energetica si trasforma in una miriade di contaminanti tossici o cancerogeni.

Quale è il destino dei contaminanti arrivati sul fondale marino?

Sul fondo questi si accumulano nei sedimenti e restano intrappolati, ma pian piano, una parte dei contaminanti viene rilasciata nell’acqua circostante. A stretto contatto con i sedimenti vivono le cosiddette benthos, comunità di piccoli crostacei, microrganismi e alghe che sono alla base della catena alimentare marina.  Queste benthos, per ingestione o semplicemente per contatto cutaneo, accumulano gli idrocarburi, e di conseguenza la contaminazione si estende a tutte le altre specie marine, arrivando anche fino all’uomo.

Come rimediare a questa difficile situazione di contaminazione?

La soluzione definitiva sarebbe asportare i sedimenti dragando il fondale. Ma così facendo si rischia di aggravare la situazione, perché durante il processo di estrazione si risospendono in acqua gli idrocarburi che erano finiti sul fondo.

Un intervento alternativo è il capping, tecnica di bonifica ancora in fase di studio, ma che è già stata effettuata in scala pilota su alcuni siti reali (Anacostia River, Washington D.C. e porto di Trondheim, Norvegia). Il capping consiste nell’apporre sui sedimenti uno strato di sabbia o sedimento pulito, in modo tale che gli inquinanti restino confinati nel sedimento sottostante, senza contaminare la colonna d’acqua sovrastante e di conseguenza la catena alimentare.

La sabbia non è però sufficiente a bloccare completamente il flusso di contaminanti dai sedimenti all’acqua. Per cui si stanno studiando nuovi materiali che assorbano i contaminanti legandoli saldamente a sé. In poche parole, sarebbe come mettere un “tappo” ai sedimenti contaminati che altrimenti continuerebbero a rilasciare inquinanti nell’ambiente circostante.

Ricerche su questi ed altri problemi connessi agli sversamenti petroliferi sono finanziate dalla Comunità Europea con il progetto Kill•Spill, il quale mira a trovare soluzioni integrate economicamente e ecologicamente sostenibili per l’inquinamento causato dal trasporto e dalla lavorazione del petrolio off-shore. Una dimostrazione dell’impegno dell’UE per la salvaguardia dell’ambiente.     

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