La complessità del suolo e la sua bonifica

La complessità del suolo e la sua bonifica

39 Siti di Interesse Nazionale, per un’estensione di 100 mila ettari, e più di 6 mila siti di interesse regionale sono contaminati e necessitano di essere bonificati.

 

Porto Marghera, Bagnoli, Porto Torres, le aree industriali di Piombino, Taranto, Crotone… sono solo alcuni dei 39 SIN, i Siti di Interesse Nazionale, impattati da contaminazioni da idrocarburi, metalli pesanti e solventi clorurati (come la trielina, sospetto cancerogeno). Sostanze che non solo contaminano il suolo, ma percolando attraverso di esso possono raggiungere le acque sotterranee, che costituiscono la più grande riserva di acqua potabile. Sostanze che essendo molto persistenti rendono necessario il ricorso ad interventi di bonifica.

Progettare un intervento di bonifica non è facile: complici di ciò sono non solo la natura chimica e la quantità delle sostanze inquinanti, ma anche la complessità del suolo come matrice ambientale, composta da acqua, sostanze gassose, particelle minerali e organismi viventi, e suddivisa in strati sovrapposti. Semplificando, possiamo considerare tre zone: una zona insatura, composta da grani solidi, acqua e aria, una zona satura sottostante, costituita da particelle solide e acqua (che si definisce falda acquifera se l’acqua è in grado di scorrere) e una zona impermeabile all’acqua. La stratificazione però può variare sensibilmente da un punto all’altro del territorio e in maniera non prevedibile, come non è prevedibile con certezza il percorso delle sostanze che percolano nel suolo.

Che cosa si intende per bonifica?

Cercando di fare chiarezza, innanzitutto dobbiamo distinguere tra messa in sicurezza e interventi di bonifica vera e propria, che hanno obiettivi diversi.

La messa in sicurezza serve a limitare o impedire la dispersione dei contaminanti nel suolo. Un esempio è Porto Marghera, dove l’intero perimetro del sito di più di 5000 ettari è stato isolato con barriere composte da palancole di metallo, infisse nel terreno fino allo strato impermeabile, per impedire che le acque contaminate sotterranee escano dai confini del sito. Queste acque devono comunque essere emunte e trattate in appositi impianti di trattamento.

Gli interventi di bonifica puntano invece alla rimozione degli inquinanti dalla matrice contaminata. Una delle più comuni tecniche di bonifica è la Soil Vapor Extraction (SVE), che si applica per eliminare i contaminanti presenti nella zona insatura del suolo. Tramite pozzi di estrazione, si aspira aria dal terreno. Ciò permette di vaporizzare gli inquinanti, che vengono raccolti nei pozzi e successivamente trattati. Un metodo analogo è l’Air Sparging, che consiste nell’iniettare aria nella falda acquifera ed è efficace sui contaminanti presenti nella zona satura. Altre tecniche si basano invece sull’uso di particolari pozzi (Groundwater Circulation Wells) che sono in grado di indurre un ricircolo dell’acqua di falda molto veloce. Questo particolare moto dell’acqua rimuove i contaminanti dalla zona satura e l’acqua contenente gli stessi inquinanti viene così estratta, trattata e reimmessa in falda pulita.

Queste sono solo alcune delle innumerevoli tecnologie di bonifica. Molti studi si stanno ancora conducendo per sviluppare tecniche sempre meno costose, più efficaci e più sostenibili.

 

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