Referendum 17 aprile: quel che non si può non sapere

Referendum 17 aprile: quel che non si può non sapere

Domenica 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati a esprimersi direttamente su una questione che li riguarda da vicino: qualche riflessione sul problema delle estrazioni, il rapporto energia-territorio e la modernità del referendum come strumento dell’esercizio di democrazia.

 

Il prossimo 17 aprile si svolgeranno le consultazioni elettorali per il 71° referendum della storia della Repubblica Italiana. Si tratta di un referendum abrogativo, indetto, come recita l’art. 75 della Costituzione, “per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. In questo caso il referendum è stato per la prima volta richiesto dai consigli di 9 Regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto. In un primo tempo le Regioni promotrici erano dieci, ma nei giorni scorsi l'Abruzzo ha scelto una diversa strategia e ha abbandonato la campagna referendaria. È sempre per la prima volta che, grazie alla legge n. 52 del 6 maggio 2015, gli studenti che partecipano a progetti di formazione all’estero potranno esprimere il loro voto nella città in cui si trovano al momento della consultazione.

Su questo referendum, come su ogni referendum abrogativo, pesa la spada di Damocle del quorum: affinché il risultato possa essere valido, dovrà partecipare al voto il 50% più uno degli aventi diritto. È anche per questo che la scelta della data è stata oggetto di forti polemiche legate al possibile accorpamento del referendum alle prossime amministrative, come sollecitavano i promotori, in modo da scongiurare il pericolo di un mancato raggiungimento del quorum e risparmiare almeno una parte degli oltre 360 milioni di euro che dovranno così essere spesi.

I quesiti referendari proposti erano in tutto sei, in un primo momento accolti in toto dall'Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione. Attraverso la legge di Stabilità 2016, però, il governo ha introdotto alcune modifiche in materia tali da indurre la Cassazione a valutare nuovamente i quesiti e a ritenerne ammissibile solo uno, ossia quello che chiede di cancellare la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane allo scadere delle concessioni, nel caso sia ancora presente gas o petrolio. Il quesito referendario a cui ci troveremo a rispondere, quindi, non propone uno stop né immediato nel tempo né generalizzato a tutte le concessioni riguardanti l’estrazione di gas e petrolio e non riguarda nemmeno la possibilità di creare nuovi impianti entro le 12 miglia, già vietati dall'attuale legge, ma solamente il fatto che le 21 concessioni al momento già esistenti non possano continuare senza limiti di tempo.

Ma quali sono i due schieramenti? Da una parte difende le proprie ragioni il Comitato nazionale delle associazioni “Vota sì per fermare le trivelle”, a cui hanno aderito oltre 160 associazioni: dall'Arci alla Fiom, da quasi tutte le associazioni ambientaliste, prime fra tutte Greenpeace e WWF, a quelle dei consumatori, dal Touring Club a Link Coordinamento Universitario. Sono uniti dallo slogan "Il petrolio è scaduto: cambia energia!" ed è in particolare Greenpeace che schematizza in sei punti le ragioni per cui votare “sì” il 17 aprile. Innanzitutto viene messa in evidenza l’importanza politica dell’istituto del referendum (“difendi il tuo diritto di scegliere!”), inteso come essenziale momento della democrazia, l’unico nel quale, come ha ricordato la Presidente della Camera Boldrini, “i cittadini sono chiamati ad esprimersi senza filtri”. Il secondo punto riguarda l’impatto delle estrazioni di petrolio sull’ambiente marino. Preoccupano non solo gli incidenti ma anche le operazioni di routine che provocano un inquinamento di fondo: in mare aperto la densità media del catrame depositato sui nostri fondali raggiunge una densità di 38 milligrammi per metro quadrato. Inoltre, secondo dati forniti dal ministero dell’Ambiente, due terzi delle piattaforme hanno sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Greenpeace sostiene poi che i rischi vengono corsi da un lato per ottenere scarse quantità di petrolio, per di più di scarsa qualità, che comunque non riuscirebbero a risolvere il problema della dipendenza energetica dell’Italia dall’estero e dall’altro per arricchire le società petrolifere. Infatti, dopo il rilascio della concessione, a fronte del versamento alle casse dello Stato del 7% del valore del petrolio e del 10% di quello del gas, gli idrocarburi diventano proprietà di chi li estrae. Le società petrolifere in questo modo godono di un sistema di agevolazioni e incentivi fiscali tra i più favorevoli al mondo.

Infine, Greenpeace conclude sostenendo che le trivelle mettono a rischio la vera ricchezza del Paese, ossia la bellezza del suo territorio che si riflette in solide attività di turismo, senza dimenticare tra l’altro la loro incompatibilità con gli impegni presi a favore del clima insieme con altri 194 Paesi all’interno della Conferenza sul clima di Parigi.

L’altro schieramento è costituito da un gruppo che si definisce "ottimisti e razionali", decisi ad affrontare la battaglia del no al referendum “con le armi della ragione e del buon senso; sempre con un sorriso sulle labbra”, nella convinzione che il “catastrofismo non aiuti a crescere e a costruire il futuro”. Il comitato, presieduto da Gianfranco Borghini, parlamentare italiano noto per le sue idee a favore del nucleare, comprende, tra gli altri, il filosofo Corrado Ocone e il presidente di Assoelettrica Enrico Testa.

L’argomento più incisivo sostenuto dal comitato riguarda la sicurezza delle estrazioni: dati i controlli costanti dell'Ispra, dell'Istituto Nazionale di geofisica, di quello di geologia e di quello di oceanografia, uniti a quelli delle Capitanerie di porto, delle Usl e delle Asl, le estrazioni sono sicure. I limiti presi a riferimento per le sostanze oggetto di monitoraggio e riportati nel rapporto di Greenpeace non sono limiti di legge applicabili alle attività offshore di produzione del gas metano, ma valgono per corpi idrici superficiali (laghi, fiumi, acque marine costiere distanti 1 miglio dalla costa) e per corpi idrici sotterranei. A questo si aggiunge che il rischio di un disastro ambientale, seppur remoto, non sarebbe comunque scongiurato fermando le operazioni di estrazione italiane dato che in quello stesso mare Adriatico rimarrebbero attive trivellazioni petrolifere sul lato croato. Inoltre, fermo restando che le attività estrattive secondo il comitato non hanno mai comportato e non comporteranno perdite per il turismo, la chiusura di queste attività provocherebbe al contrario un rilevante danno occupazionale. Infine, gli “ottimisti e razionali” sono d’accordo con il comitato per il sì nell’affermare che il futuro sarà delle rinnovabili, ma ritengono anche che queste vadano integrate perché la loro affidabilità è limitata.

Come è accaduto per altri referendum, il quesito appare di portata limitata ma il significato della consultazione popolare è più ampio: in gioco ci sono il rapporto tra energia e territorio e il futuro del referendum come strumento di democrazia. Come ci ricorda il professore Stefano Rodotà, i referendum, quando sono promossi dall’alto verso il basso, dai cittadini o dalle Regioni, producono ricomposizione sociale. E questa è l’unica arma efficace contro la “passivizzazione” del cittadino e la disgregazione della società.

 

 

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